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Mar 24th
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Il lavoro sommerso

L'obbligo di rendere pubblici i curricula dei laureati è disatteso da molte università.

 

Per il 65% delle università contattate non è possibile l’accesso diretto e gratuito online ai curricula dei loro studenti o laureati. Per più della metà degli atenei l’accesso ai curricula da parte delle aziende è possibile solo a pagamento tramite il sito di Almalaurea.

Solo il 10% delle università gestisce direttamente la pubblicazione dei curricula, negli altri casi la consultazione avviene attraverso sistemi informatici esterni.

Per il 12% delle università non è possibile, infine, l’accesso diretto ai curricula online.

Tale situazione rappresenta un evidente danno per i laureati. L’entrata nel mondo del lavoro è già di per sé, in questo periodo, difficile. La difficoltà della aziende a ottenere i curricula riducono ancora di più le opportunità di inserimento nel mercato del lavoro.

E’ urgente e necessario, allora, che scuole e università si organizzino per rendere accessibili, liberamente e gratuitamente, i curricula dei propri studenti e laureati, poiché facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro dovrebbe essere l’obiettivo prioritario degli istituti di formazione. (G-Stella Ferres)

 

Osservatorio


Per "lavoro sommerso" si intende una qualsiasi attività retribuita, lecita di per sé, ma non dichiarata alle autorità pubbliche, con la conseguente mancanza di tutele per i lavoratori. È innegabile quindi come il lavoro sommerso pesi sul finanziamento dei servizi pubblici e della protezione sociale e condizioni in senso negativo il funzionamento di altri regimi sociali paritetici (fondi da destinare alla formazione, fondi pensione, assistenza sanitaria, ecc.).

Un ridimensionamento del fenomeno consentirebbe, da un lato, di reintegrare nell'economia formale le persone che svolgono forme di lavoro sommerso e, dall'altro, di ridurre la concorrenza sleale che esso costituisce per le attività lavorative dichiarate.
La situazione sociale della persona che svolge un lavoro sommerso è più vulnerabile, in termini di copertura sociale ed economica, rispetto a quella del lavoratore dichiarato. Inoltre il lavoro sommerso si ripercuote negativamente sui consumatori, i quali non beneficiano delle stesse garanzie di tutela della qualità nel caso di prestazioni e di servizi forniti dal sommerso. Benvenuti dunque nel regno del lavoro sommerso, dei doppiolavoristi e dei nerolavoristi, dei lavoratori invisibili.
Sono oltre tre milioni, nel nostro Paese, quelli che lavorano in nero, due milioni solo al Sud. Se poi si aggiunge a questa cifra anche chi ha più di un mestiere, allora si arriva a un totale di cinque milioni di posizioni irregolari.

Istat, sommerso tra i 255 e i 275 miliardi
Nel 2009 sono circa 2 milioni e 966 mila i lavoratori non regolari occupati in prevalenza come dipendenti (circa 2 milioni e 326 mila rispetto alle 640 mila unità di lavoro indipendenti), in crescita rispetto al 2008 (2 milioni e 958 mila circa).
Sempre nel 2008 il valore aggiunto prodotto nell'area del sommerso economico è compreso tra un minimo di 255 e un massimo 275 miliardi di euro.
Lo rileva l'Istat, aggiungendo che il peso dell'economia sommersa è compreso tra il 16,3% e il 17,5% del Pil (nel 2000 era tra il 18,2% e 19,1%).
Tra il 2000 e il 2008 l'ammontare del valore aggiunto sommerso registra una tendenziale flessione, pur mostrando andamenti alterni: la quota del sommerso economico sul Pil raggiunge il picco più alto (19,7%) nel 2001, per poi decrescere fino al 2007 (17,2%) e mostrare segnali di ripresa nel 2008 (17,5%).
Diversi i modi in cui si attuano i comportamenti fraudolenti degli operatori economici per evadere il sistema fiscale e contributivo. Primo tra tutti, l'utilizzo di lavoro non regolare, fenomeno, sottolinea l'Istat, "strettamente" connesso "al mancato versamento dei contributi sociali: nel 2008 erano circa 2 milioni e 958 mila le unità di lavoro non regolari (ula)". Questa componente "che rappresenta l'11,9% dell'input di lavoro complessivo nel 2008, raggiunge il 12,2% nel 2009".
Se le prestazioni lavorative sono non regolari, e quindi non direttamente osservabili, "producono un reddito che non viene dichiarato dalle unità produttive che le impiegano", continua ancora l'Istat, secondo cui "nel 2008 l'incidenza del valore aggiunto prodotto dalle unità produttive che impiegano lavoro non regolare risulta pari al 6,5% del Pil, in calo rispetto al 2000 quando ne rappresentava il 7,5%". Ma l'impiego di lavoro non regolare rappresenta soltanto una componente dell'economia sommersa.
"La parte più rilevante del fenomeno è costituita dalla sottodichiarazione del fatturato e dal rigonfiamento dei costi impiegati nel processo di produzione del reddito. Nel 2008 l'incidenza del valore aggiunto non dichiarato dovuto alle suddette componenti raggiunge il 9,8% del Pil (era il 10,6% nel 2000)". A livello settoriale, la maggiore incidenza di unità di lavoro non regolari e con un tasso di irregolarità in aumento dal 20,9% del 2001 al 24,5% del 2009 si registra nell'agricoltura.
La rilevanza del fenomeno è dovuta al carattere stagionale dell'attività agricola e al forte ricorso al lavoro a giornata, fattori che non hanno trovato nelle misure di regolarizzazione degli stranieri o di regolamentazione del lavoro atipico strumenti di contrasto sufficienti a ridurre l'impiego di manodopera non regolare.
Se si considera la sola economia di mercato, senza considerare, cioè, il valore aggiunto prodotto dai servizi non market forniti dalle amministrazioni pubbliche, "il sommerso nel 2008 rappresenta il 20,6% del Pil, contro il 17,5% calcolato per l'intera economia".
Consulta la misura dell’economia sommersa secondo le statistiche ufficiali dell'Istat.

• Sommerso e criminalità pari alla metà del Pil
Il lavoro sommerso negli ultimi anni è dilagato fino a raggiungere la percentuale di più di un terzo del Pil: se si somma al cosiddetto sommerso criminale - ovvero il 'fatturato' prodotto da mafia, 'ndrangheta, camorra e sacra corona unita pari circa 175 miliardi di euro annui - si arriva a una dimensione del 50% del Pil.
Sono i dati emersi nel corso delle audizioni condotte dalla commissione Lavoro della Camera nell'ambito dell'indagine conoscitiva del 2010 sui fenomeni di distorsione del mercato del lavoro e riassunti nel documento finale.
Le categorie più coinvolte nel sommerso sono gli immigrati (pari al 27%) e i giovani in cerca di prima occupazione. Il fenomeno però non coinvolge solo gli immigrati clandestini (un quarto dell'immigrazione complessiva, pari a una quota di 800 mila persone), ma gli stessi extracomunitari legalmente presenti nel territorio.
In quest'ultimo caso, peraltro, rileva la commissione di Montecitorio, non di rado i datori di lavoro tendono a mantenere in nero anche forme di occupazione stabili e, addirittura, regolari, non dichiarando per intero le caratteristiche del lavoro.
Nella disamina dei dati della immigrazione del Paese, si è inoltre rilevato che essa non è più prevalentemente extracomunitaria, ma è, almeno per il 50%, di origine europea, relativa a Paesi appena entrati o in procinto di entrare nell'Unione europea (evidente è il caso della Romania).
I dati relativi alla presenza del lavoro sommerso nei diversi settori produttivi, individuano nel lavoro domestico il settore a più alta incidenza (37%), seguito dall'agricoltura (26%), dall'edilizia (circa il 24%), dal tessile (13%) e dalla meccanica (circa l'8%).
E' stato inoltre rilevato che il lavoro nero ha assunto una dimensione strutturale nelle regioni del Meridione, per fattori socio istituzionali - dal momento che nel Mezzogiorno esiste un problema di competitività di sistema - mentre nel Nord il lavoro sommerso sembra essere più collegato a forme di elusione ed evasione fiscale.
La composizione del sommerso varia a seconda del livello di sviluppo delle strutture economiche di riferimento, per cui si può configurare una tipologia di sommerso nelle aree del Nord, prevalentemente legato a forme di evasione fiscale e contributiva - connesse soprattutto al secondo lavoro e al 'fuori busta' - e forme di lavoro irregolare diffuso nel Mezzogiorno, che assumono quasi un carattere endemico, a causa dei molteplici fattori di disagio che amplificano il sommerso in quelle zone.
In ogni caso il fenomeno ha subito tra il 2001 e il 2006 una contrazione che, in presenza di una moderata espansione della occupazione totale, ha fatto scendere il tasso di irregolarità dal 13,8% al 12%, grazie alle politiche poste in atto per favorire l'emersione, alla semplificazione degli adempimenti contributivi, alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro dipendenti regolari e alle sanatorie di legge a favore dei lavoratori extracomunitari.

Le raccomandazioni dalla commissione Lavoro della Camera
Più Stato e meno burocrazia contro il lavoro nero. Per contrastare il fenomeno è infatti "essenziale assicurare un efficace controllo dello Stato su tutto il territorio nazionale, attraverso il rafforzamento delle attività ispettive e la garanzia di un'effettiva mobilità degli stessi ispettori". E' una delle principali raccomandazioni contenute nel documento della commissione Lavoro della Camera, al termine dell'indagine conoscitiva sulle distorsioni presenti nel mercato del lavoro
Secondo la commissione di Montecitorio, appare peraltro "doveroso" distinguere tra situazioni di illegalità conseguenza di fattori straordinari legati alla crisi economica, che pure occorre contrastare mantenendo alta l'attenzione a livello di controlli e sanzioni, e '"ipotesi di criminalità diffusa messe in campo da soggetti societari senza scrupoli'".
Nel primo caso, infatti, "è ipotizzabile che, accanto alla pur doverosa attività di controllo e repressione, vi sia anche l'avvio di un processo di semplificazione e riduzione degli adempimenti meramente formali a carico delle aziende, soprattutto in un contesto di crisi come quello attuale". Mentre, "'al contrario, occorre non avere alcuna tolleranza nei confronti della seconda tipologia di illegalità, che è di fatto costituita, sin dall'origine, per perseguire profitti illeciti e per sfruttare la manodopera, non soltanto di provenienza extracomunitaria"'. Ancora "più centrale il tema dei controlli e delle sanzioni appare nel fenomeno del caporalato" diffuso "soprattutto nelle zone del Mezzogiorno oltre che, in misura certamente meno marcata, nel Nord-Est del Paese".
In questo caso, ci vogliono nuove norme nel campo della responsabilità civilistica degli amministratori di fatto e in quello della protezione sociale di coloro che risultano soggetti a sfruttamento da parte dei cosiddetti 'caporali': ad esempio "attraverso il riconoscimento del permesso di soggiorno in caso di denuncia dei loro persecutori (mediante l'applicazione dell'articolo 18 del Testo unico sull'immigrazione)".
E' inoltre "evidente" la necessità di tenere sotto costante monitoraggio anche il regime di 'pseudo' appalti di servizi, che "spesso nascondono una fraudolenta fornitura di manodopera, tesa ad alimentare il sistema del caporalato: a tale riguardo, si potrebbe prospettare la possibilità di alleggerire il carico burocratico e formale in capo alle agenzie di somministrazione, creando un sistema più concorrenziale e meno oligopolistico, in modo - si legge nel documento - da emarginare in sé le forme di intermediazione di manodopera fraudolenta".
A fronte dei casi "più gravi" di sfruttamento della manodopera, la commissione Lavoro indica che si potrebbe "ragionare sulla proposta, formulata da taluni soggetti auditi, di intervenire sul piano del diritto penale, introducendo un reato specifico per tali fattispecie, così come previsto peraltro da talune proposte di legge presentate nel corso di questa legislatura".
Questo a conferma dell'idea che "il fenomeno del caporalato deve essere affrontato anche mediante adeguate politiche di ordine pubblico, dal momento che esso ha preso piede anche a causa di una scarsa presenza dello Stato e delle istituzioni sul territorio".
Secondo la Commissione, "i fenomeni del lavoro nero, del caporalato e dello sfruttamento della manodopera non possono che essere giudicati intollerabili, sia dal punto di vista umano" sia "da quello economico e produttivo, dal momento che le imprese rispettose delle regole risultano prevaricate da chi aggira le norme e dà luogo a forme striscianti di dumping sociale, sottraendo peraltro alle casse dello Stato ingenti risorse fiscali e contributive".
L'auspicio è che "sul piano legislativo si possa avviare, entro tempi concordati e definiti in collaborazione con il governo, una tempestiva e proficua azione di revisione e aggiornamento del quadro normativo".

Tratto da: Labitalia.it, 15 giugno 2010.

Consulta l'indagine conoscitiva della commissione Lavoro della Camera su taluni fenomeni del mercato del lavoro (lavoro nero, caporalato e sfruttamento della manodopera straniera).

 

Il fatturato del lavoro sommerso

Perchè cresce il lavoro sommerso

Chi sono i lavoratori del sommerso?

Economia non osservata ed economia sommersa

La struttura del sommerso

La geografia del sommerso

Le possibili politiche contro il sommerso


Le sanzioni

Il piano straordinario di contrasto al lavoro sommerso

 


Il fatturato del lavoro sommerso

L'economia sommersa ha prodotto nel 2009 un fatturato di oltre 154 miliardi di euro, sottratti ad ogni tipo di tassazione, con un'incidenza sul pil del 10,3% (era il 10,9% nel 2008). Nel 2009 il tasso di irregolarità lavorativa nazionale si è attestato al 15,6% sul totale degli occupati (16 lavoratori su 100) e, con una lieve diminuzione rispetto all'anno precedente dello 0,4%, il fenomeno ha coinvolto complessivamente oltre 3,7 milioni di lavoratori.
E' quanto emerge dal rapporto della Uil servizio Politiche del Lavoro che ha analizzato il tasso di irregolarità lavorativa nel 2009 delle 104 province italiane. Non deve sorprendere, spiega la Uil, il dato del leggero calo dell'irregolarità nel 2009 sul 2008: è in gran parte frutto della diminuzione della ricchezza prodotta, per la crisi economica in atto, (meno 4,8% il calo del pil nel 2009 rispetto all'anno precedente) e, comunque, lo stesso calo è inferiore a quello dell'occupazione regolare che, nell'anno appena trascorso, registra un segno negativo del 2,1%. In ogni caso si è in presenza di un aumento del lavoro irregolare in 7 regioni e 31 province.

• Dati nazionali dell'attività ispettiva (Ministero del Lavoro, Inps, Inail, Enpals)

 

Anno Tipologia Irregolari
Lavoratori irregolari Variazione in % di cui lavoratori in nero Variazione in % Recupero contributi
e premi evasi
Variazione in %
2006 189.295 - 124.564 - 1.509.442.075 -
2007 277.365 +46,52 140.642 +12,90 1.930.329.529 +27,89
2008 303.301 +9,35 126.600 -9,98 1.947.281.084 +0,88

Anno Tipologia Irregolari
Aziende ispezionate Variazione in % Aziende irregolari Variazione in %
2006 290.326 - 181.026 -
2007 343.004 +18,14 218.561 +20,73
2008 323.655 -5,64 198.496 -9,18

 

Elaborazione Uil su dati del Ministero del Lavoro

L'elaborazione, spiega Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil, è stata realizzata partendo da un'analisi del tasso di irregolarità nell'anno 2008 stimato attraverso alcuni indicatori economici, fiscali ed occupazionali, e proiettando i dati al 2009, secondo le stime degli indicatori presi in considerazione.
Nel Nord, 13 lavoratori su 100 sono irregolari (oltre 1,6 milioni di lavoratori), producendo un'economia sommersa pari a 71,5 miliardi di euro corrispondente all'8,6% dell'intero pil prodotto in quest'area.
Al Centro, 15 lavoratori su 100 sono irregolari (oltre 714 mila), che producono oltre 30,2 miliardi di euro equivalenti al 9,6% del pil. Di 4 punti percentuali sopra la media nazionale, si attesta il Mezzogiorno dove 21 lavoratori su 100 lavorano nel sommerso, con un fatturato di oltre 52,3 miliardi di euro pari al 10,3% del pil del Sud. A livello regionale, 8 regioni hanno un tasso di irregolarità sopra la media nazionale, di queste 7 sono nel Mezzogiorno (tutte tranne l'Abruzzo) ed una nel centronord (Trento).
In un'ideale classifica regionale (negativa), spicca il dato della Calabria dove il tasso di irregolarità è del 24% ed un fatturato sommerso di oltre 5,5 miliardi di euro, seguita dalla Sicilia con un tasso di irregolarità del 22,7% e con un'economia sommersa pari a 14,1 miliardi di euro, la Campania con un tasso del 21,9% ed un fatturato sommerso di 12,4 miliardi, la Puglia con un tasso del 20,7% e un'economia sommersa di 10,5 miliardi di euro, la Basilicata con un tasso di irregolarità del 20,2% ed un fatturato sommerso di 1,5 miliardi di euro.
Dati, questi, quasi scontati per il Mezzogiorno, ma la piaga del sommerso è presente in maniera consistente anche nel centronord dove, oltre Trento, (15,6% di tasso di irregolarità), spicca il dato delle Marche con un tasso di irregolarità del 15,5% ed una economia sommersa di 3,8 miliardi di euro, Bolzano con un tasso del 14,7% ed un sommerso economico di 1,5 miliardi di euro, Toscana e Lazio con un tasso di irregolarità del 14,6% ed un'economia sommersa che ammonta rispettivamente a 9,5 e 14,9 miliardi di euro.

A livello territoriale, 47 province hanno un tasso di irregolarità lavorativa al di sopra della media nazionale. Spiccano i dati di Vibo Valentia, quale provincia più irregolare, con un tasso del 25,8% ed un fatturato sommerso di 498 milioni di euro, seguita da Agrigento con un tasso del 25,2% (1,3 miliardi di euro di fatturato), Caltanissetta ed Enna con il 24,8% (rispettivamente con 829 e 512 milioni di euro sommersi); Reggio Calabria con il 24,7% (1,6 miliardi di euro sommersi).
Delle province sopra la media nazionale, 16 sono ubicate nel centro-nord, dove spicca il dato di Frosinone con un tasso di irregolarità del 21,4% ed un sommerso economico di 1,8 miliardi di euro; Latina con un tasso di irregolarità del 19,5% ed un sommerso economico di 1,7 miliardi di euro; Rieti con un tasso del 18,4% pari a 447 milioni di euro di sommerso economico; Viterbo con un tasso del 18,2% pari ad 880 milioni di euro; Prato con un tasso del 18,1% pari a 754 milioni di euro sommersi; Arezzo con un tasso del 17,1% ed 1,1 miliardi di euro di economia sommersa.

Le più virtuose, si fa per dire, sono le province di Bologna (10,3% tasso irregolarità), Milano (10,9%), Parma (11%), Piacenza (11,3%) e Modena (11,5%). "Queste elaborazioni della Uil - osserva Guglielmo Loy - confermano e certificano come il lavoro sommerso ed irregolare sia fortemente 'insediato' nel Sud, ma trova terreno fertile anche nelle zone più 'ricche' del Paese.
E' positiva l'approvazione del Piano anti sommerso nel Mezzogiorno, deciso dal governo nei giorni scorsi, ma non bisogna mai dimenticare che il lavoro nero è un dramma che riguarda tutto il Paese ed investe, soprattutto, i più deboli ed indifesi, risultando sempre più collegato al fenomeno dell'immigrazione, e confermando che la stessa immigrazione irregolare è l’effetto e non la causa dell'economia sommersa".
"Occorrono controlli ispettivi di maggiore intensità - rimarca il sindacalista - sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo ma ciò non sarà risolutivo senza la partecipazione di tutte le istituzioni: nazionali e locali. Non convince, in questo quadro drammatico, l'orientamento del governo di diminuire l'attività ispettiva nel corso del 2009, e, non è estendendo a tutto campo il sistema dei buoni lavoro (voucher), che si combatte il sommerso, perché questo strumento rischia, al contrario, di produrre un effetto 'negativo' per chi ha un lavoro regolato senza far emergere il sommerso vero e proprio".

Da notare come, secondo i numeri forniti dagli ispettori del lavoro infatti, nel 2009 sono stati individuati più lavoratori irregolari (+19,3%) e recuperati più premi e contributi (+21%, pari a 350 milioni di euro) rispetto all’anno precedente. Per la prima volta il numero dei lavoratori in nero supera quello delle aziende controllate (160mila).
I risultati sono il primo effetto del “progetto qualità” inaugurato nel 2008 dal Ministro Sacconi. Tre i parametri introdotti per migliorare le performance degli uffici sparsi sul territorio:

1) “presenza”, che misura il numero di ispezioni in rapporto a quelle programmate;
2) “qualità dell’azione ispettiva”, che si riferisce al numero ed al peso delle violazioni individuate;
3) “redditività”, che indica il rapporto tra imprese ispezionate e sanzioni riscosse.

Le tre province che mostrano il tasso maggiore di irregolarità sono Firenze, Livorno e Pistoia. Quelle che presentano la percentuale minore Ferrara, Pordenone e Matera. I premi e contributi più alti sono stati recuperati nelle province di Varese, Pavia e Cagliari. I settori in cui si fa maggiore ricorso al sommerso sono l’edilizia, il commercio – soprattutto i piccoli esercizi – e l’industria.

Consulta il Rapporto annuale sull’attività di vigilanza del ministero del Lavoro in materia di lavoro e previdenziale - anno 2009.

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Perché cresce il lavoro sommerso

A tre decenni dalla prima definizione di economia sommersa si impone la necessità, oltre di rendere sistematici i metodi per la sua stima quantitativa e per la comparazione internazionale, di procedere ad un approfondimento concettuale di tale area produttiva e occupazionale. Fra i decisori politici, e ancor più nell'opinione pubblica, il sommerso equivale a qualcosa di nebuloso e oscuro, cui concorrono i più diversi fattori. L'illegalità, criminale o elusiva, si combina con l'"arte di arrangiarsi"; degrado sociale, povertà ed esclusione con un generale scarso senso civico; la diffusa abitudine a non rispettare le regole necessarie a garantire un'ordinata convivenza, con la corruzione o con gli eccessi del potere burocratico sui cittadini.
Le differenze esistenti possono essere date per acquisite solo in una cerchia di specialisti e studiosi. D'altronde la stessa disomogeneità di fattori concorrenti a determinare un'estesa area di sommerso, non ha sufficientemente attratto l'interesse degli economisti, almeno al pari del coinvolgimento di statistici, territorialisti e sociologi, tanto da non poter disporre di una solida accumulazione teorica.
É necessario, innanzitutto, ribadire che, da un punto di vista dell'evoluzione dei sistemi economici e sociali, l'attenzione va focalizzata sull'underground economy, da separare nettamente, nell'analisi concettuale ancor più di quanto non avvenga nella realtà, sia dall'economia criminale che dall'economia informale.
La prima produce beni e servizi illegali. Anche quando si inserisce in un contesto di "normalità", agendo come impresa legale (nella finanza, come nelle costruzioni, nei centri commerciali o nei trasporti), opera con un'organizzazione e con metodi che la pongono comunque nel novero delle attività criminali. Per le politiche pubbliche, diviene prevalente l'azione di repressione e contrasto alla criminalità economica organizzata rispetto a qualsiasi altra forma di possibile intervento.
All'estremo opposto si colloca l'area di attività informali, generalmente legate a prestazioni elementari di singoli, che si esplicano al di sotto di una pur minima soglia organizzativa, con un forte contenuto di estemporaneità e bassi valori economici.
Certamente si tratta di un comparto da accompagnare verso forme più evolute nei Paesi poveri, in quanto si tratta di, pur flebili, segnali di iniziativa sociale.
Può costituire un interessante riferimento da utilizzare, ad esempio, nell'ambito dei programmi di poverty reduction lanciati dalla World Bank. Va considerata come fenomenologia sociale più che come componente produttiva nei Paesi avanzati o in transizione.
Il "sommerso" da capire ed interpretare meglio, è quello che interagisce con i sistemi economici dei Paesi industriali. Un comparto costituito da produzione e/o lavoro irregolare ma collocato in contesti e settori produttivi ordinari, in grado di partecipare alle dinamiche di continua ristrutturazione dei modi di produrre. A sollecitare una tale riflessione sono due semplici osservazioni:

• il sommerso, per quanto fino ad ora mal stimato e quantificato, copre in Europa e negli Stati Uniti una quota non marginale dell'economia, valutabile fra il 5 e il 20% a seconda dei Paesi. Nazioni come la Francia, che, per non riconoscere l'esistenza di questa anomalia e l'incapacità pubblica a contenerla, ne avevano negato la presenza nei loro confini, sembrano aver cambiato atteggiamento;

• nell'area dell'Euro e in Germania in particolare, l'underground economy è cresciuta nell'ultimo quinquennio a tassi più elevati dell'economia regolare.

Da qui l'esigenza di individuare modelli interpretativi che possano aggiungere ulteriori paradigmi e individuare nuove piste di lavoro per contrastare tali tendenze, distorcenti per il mercato e penalizzanti per gli introiti pubblici. E' naturalmente vero e confermato che, a determinare l'economia sotterranea, sia la volontà di sottrarsi agli obblighi fiscali, contributivi, contrattuali, retributivi, normativi, di sicurezza, di affidabilità, di responsabilità ambientale e sociale.
Le cose si complicano per l'ampia gamma di possibili situazioni e per le forti differenze d'intensità con cui si manifestano i comportamenti irregolari. Pertanto è sempre più difficile tracciare una linea di netta demarcazione fra "regolare" e "irregolare", soprattutto nei sistemi economici che, superato lo stato nascente dello sviluppo spontaneo, raggiungono una notevole complessità e stabilità, aprendosi alle tensioni della competizione globale. Proprio nelle economie avanzate, il sommerso tende a configurarsi come un "alone" sfumato dalle varie tonalità del "grigio" fino al "nero", attorno al nucleo dell'economia regolata.
Una sorta di ammortizzatore dell'economia per attutire, in modo scorretto, gli effetti di un'eccessiva pressione fiscale o regolativa, per cercare di rispondere al nuovo e più impegnativo confronto competitivo proposto dalla globalizzazione, per riuscire a sopravvive anche con bassissimi livelli di competenza organizzativa, strumentale e finanziaria.
L'effetto ultimo è di depauperamento dei sistemi economici, che difficilmente per questa via possono compensare i ritardi nell'adeguare la struttura produttiva alle nuove sfide. All'avvio dei processi di modernizzazione, negli anni '60, una certa quota di iniziativa spontanea ha saputo evolvere positivamente verso un sistema imprenditoriale strutturato e regolare, come è stato in Italia.
Al contrario, l'attuale contesto del mercato internazionale, relega il sommerso, nei paesi più sviluppati, a insediarsi nei settori più arretrate dell'economia ovvero produce distorsioni alla concorrenza. Ma anche nei Paesi in transizione difficilmente sortisce effetti propulsivi, quanto piuttosto alimenta l'ambiguo intreccio fra attività economiche e corruzione, produce blocchi oligopolistici che frenano sul nascere le dinamiche di mercato.
Le attuali forme che assume l'economia sotterranea vanno ricondotte alle trasformazioni in atto nell'impresa e nel mercato del lavoro. Per quanto attiene all'impresa si può sinteticamente affermare come le modalità prevalenti per affrontare i livelli attuali di competitività sono riconducibili a:

• una destrutturazione strisciante della grande impresa, con il formarsi di organizzazioni complesse che integrano unità produttive diverse, piccole e anche micro, utilizzano diffusamente l'out-sourcing, tendono a flessibilizzare la produzione profilandola sui mutevoli andamenti della domanda;

• la riduzione di peso delle attività manifatturiere, che modifica la composizione settoriale dell'economia, ampliando lo spazio per servizi rivolti al mercato familiare o individuale, con modelli operativi meno complessi, con basse necessità di investimento (dai servizi di prossimità, a quelli personali, dal piccolo commercio alle riparazioni, dalla ristorazione al turismo);

• la delocalizzazione verso i Paesi a basso costo delle lavorazioni industriali, produce una rottura nel rapporto fra grande-media impresa e territorio, facendo crescere lo spazio, nella dimensione locale, delle imprese più piccole e delle attività user oriented. Questo processo fa profetizzare a Rifkin, in modo apodittico, che il futuro nei paesi ricchi sarà centrato sulla lotta fra economia sociale e economia sommersa, per il controllo del territorio;

• la crescita dei comparti più innovativi della knowledge society che fondano la creazione di valore sulle competenze e sono molto centrate sul professionismo individuale, rafforza una tendenza al formarsi di aree molto competitive non necessariamente riconducibili a modelli e standard aziendali tradizionali.

L'insieme di tali fattori spiega come la crescita nel numero di imprese e la sostenibilità di livelli competitivi anche con piccole dimensioni aziendali, in diversi comparti (arretrati ma anche avanzati) renda più facile il mimetismo del sommerso.
La peculiarità italiana (ma anche spagnola o greca) può anche essere spiegata dall'esistenza in quei Paesi di un enorme quantità di imprese, in maggioranza piccole o micro, che consentono l'esistenza endemica di un'economia interstiziale. Sull'altro versante, quello del mercato del lavoro, altrettanto rilevanti sono le ambiguità che si riflettono nel sommerso:

• la necessità di rendere il lavoro più mobile e flessibile può sortire effetti di elusione e nascondimento se riduce la sua portata alla sola riduzione di costi aziendali, e non si accompagna ad una crescita della produttività, ad un premio per la competenza e la responsabilità, ad un allargamento della partecipazione e lo sviluppo di nuove forme di lavoro;

• l'afflusso di immigrati irregolari, il cui impiego è per definizione sommerso, mancando le condizioni per poter essere occupati legalmente;

• l'indisponibilità di una sufficiente offerta occupazionale in determinati mercati del lavoro locale, induce chi ha già un lavoro regolare a svolgere una seconda attività in nero;

• l'eccessivo gravame di oneri fiscali e contributivi sulle retribuzioni lorde che rende collusivo l'interesse fra imprenditore e lavoratore ad evaderli totalmente o parzialmente.

Analizzando il sommerso a partire dall'economia reale e dai processi sociali, si perviene ad una prima conclusione: per ridurre l'area di economia sotterranea non è sufficiente agire sui soli paradigmi strutturali (alta regolazione e pressione fiscale, mancanza dei controlli, rigidità del mercato del lavoro), ma è indispensabile articolare le azioni di contrasto per tipologie, settori e territori. Mettendo nel conto che questo fenomeno merita una prolungata attenzione e un organica azione di accompagnamento.

Tratto da: Censis, Promuovere regolarità e trasparenze
nel mercato del lavoro
, dicembre 2003.

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Chi sono i lavoratori del sommerso?

Un accesso reale al lavoro sommerso è un fattore determinante per quanto concerne chi diventerà un lavoratore del sommerso. I lavoratori del sommerso comprendono:

• Coloro che svolgono un secondo lavoro e coloro che hanno più lavori.
La maggior parte del lavoro sommerso è effettuata da persone che svolgono già un’attività regolare. Il fatto di poter partecipare all’economia sommersa significa spesso che le persone in questione rispondono ad una domanda di determinate abilità o qualifiche specifiche.

• Le persone “economicamente inattive” (studenti, casalinghe e prepensionati).
Esse sono soggette a minori vincoli temporali onde partecipare all’economia sommersa e le opportunità tendono a essere maggiori per coloro che hanno avuto in precedenza un contatto con il mondo del lavoro.

• I disoccupati
Da un lato il rischio di partecipare al lavoro sommerso può essere più elevato per loro poiché potrebbero perdere in tal modo le prestazioni di disoccupazione, soprattutto se queste sono legate alla ricerca attiva di un lavoro o alla partecipazione ad azioni di formazione.
D’altro canto i disoccupati si possono veder offrire un lavoro a condizione che questo rimanga nero e la loro capacità di resistere all’offerta è molto bassa, soprattutto se l’assegno di disoccupazione è anch’esso basso. Tuttavia, quanto più a lungo dura la situazione di disoccupazione, tanto più si riducono le opportunità di svolgere un lavoro sommerso.

• I cittadini extracomunitari.

L’età e il sesso dei lavoratori del sommerso sono in ampia misura funzionali ai settori interessati. Le donne non rappresentano la maggioranza dei lavoratori del sommerso, ma tendono ad essere in una posizione più vulnerabile.
Mentre gran parte di coloro che fanno un doppio lavoro o che hanno più lavori tendono a essere uomini, le donne che fanno lavoro nero tendono a essere ufficialmente inattive (casalinghe). Ciò ha conseguenze negative allorché i loro diritti a pensione dipendono esclusivamente dal coniuge piuttosto che dalla loro attività lavorativa.

Consulta la comunicazione della Commissione europea sul lavoro sommerso.
Visita la sezione del sito della Commissione europea dedicata alla lotta contro il lavoro sommerso.

Tratto da: Comunicazione della commissione europea., http://ec.europa.eu.

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Economia non osservata ed economia sommersa

Con il termine economia non direttamente osservata si fa riferimento a quelle attività economiche che devono essere incluse nella stima del Pil ma che non sono registrate nelle indagini statistiche presso le imprese o nei dati fiscali e amministrativi utilizzati ai fini del calcolo delle stime dei conti economici nazionali, in quanto non osservabili in modo diretto. Sulla base delle definizioni internazionali (contenute nel Sec95 e nell’Handbook for Measurement of the Non-observed Economy dell’Ocse) l’economia non osservata origina, oltre che dal sommerso economico definito precedentemente, anche da:

1) attività illegali;
2) produzione del settore informale;
3) inadeguatezze del sistema statistico.


Le attività illegali sono sia le attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione o possesso sono proibite dalla legge, sia quelle attività che, pur essendo legali, sono svolte da operatori non autorizzati (ad esempio, l’aborto eseguito da medici non autorizzati). Sono legali tutte le altre attività definite produttive dai sistemi di contabilità nazionale. Si parla di attività informali se le attività produttive legali sono svolte su piccola scala, con bassi livelli di organizzazione, con poca o nulla divisione tra capitale e lavoro, con rapporti di lavoro basati su occupazione occasionale, relazioni personali o familiari in contrapposizione ai contratti formali.
Le attività produttive legali non registrate esclusivamente per deficienze del sistema di raccolta dei dati statistici, quali il mancato aggiornamento degli archivi delle imprese o la mancata compilazione dei moduli amministrativi e/o dei questionari statistici rivolti alle imprese, costituiscono il sommerso statistico.
Il concetto di sommerso economico non va confuso con il termine economia informale , che non è sinonimo di attività nascosta al fisco, poiché fa riferimento agli aspetti strutturali dell’attività produttiva e non alla problematica dell’assolvimento degli obblighi fiscali e contributivi. Le attività informali sono incluse nell’insieme dell’economia non osservata perché, date le loro caratteristiche, sono difficilmente rilevabili in modo diretto. Non osservato e sommerso non significano non misurato.
I nuovi sistemi di contabilità nazionale, come detto, impongono a tutti i paesi di contabilizzare nel Pil anche l’economia non osservata. Teoricamente, tutti i fenomeni che danno luogo a economia non osservata sono oggetto di stima e di inclusione nei conti nazionali. Allo stato attuale, però, la contabilità nazionale italiana, al pari di quella degli altri partners europei, esclude l’economia illegale per l’eccessiva difficoltà a calcolare tale aggregato e per la conseguente incertezza della stima, che renderebbe poco confrontabili i dati dei vari paesi. L’Istat ha adottato una metodologia di stima dei conti economici nazionali coerente con le definizioni contenute nel Sec95 e che, per la sua completezza, consistenza e replicabilità, ha assunto un rilievo particolare all’interno della statistica ufficiale europea.
Esiste la possibilità di separare l’effetto delle singole integrazioni portate ai dati di base rilevati presso le imprese, così da evidenziare, a posteriori, quelle rese necessarie per ovviare ai comportamenti tesi a frodare il fisco e la contribuzione sociale. E’ cioè possibile individuare la stima del sommerso economico.
In realtà, la difficoltà oggettiva di misurare fenomeni non direttamente osservabili statisticamente fa ritenere scientificamente corretto misurare l’incidenza dell’economia sommersa sul Pil fornendo non un valore unico, ma un intervallo fra le due stime che rappresentano un’ipotesi di minima e un’ipotesi di massima della dimensione del fenomeno, tenendo conto del fatto che, per alcune integrazioni, non è possibile determinare con certezza quanto derivi da problematiche di natura puramente statistica e quanto derivi, invece, da problematiche di natura economica.
Data la limitata ampiezza dell’intervallo, le valutazioni costituiscono comunque un riferimento conoscitivo solido per le scelte di politica economica, riguardanti il mancato recupero di gettito fiscale e di contribuzione, attribuibile al fenomeno della frode fiscale e contributiva.

Tratto da: Censis, Promuovere regolarità e trasparenze
nel mercato del lavoro
, dicembre 2003.

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La struttura del sommerso

Per una maggiore chiarezza nell'analisi del fenomeno, può essere opportuno dotarsi di una griglia concettuale di lettura del fenomeno, individuando le dimensioni rispetto alle quali una determinata realtà produttiva o lavorativa può definirsi sommersa. Sotto il profilo strutturale, è possibile individuare degli aspetti di invisibilità che costituiscono le condizioni di base per il ricorso ad irregolarità sotto il profilo giuridico-formale. In questo caso, l'invisibilità dell'attività svolta si configura con riferimento alle dimensioni:

fisico/territoriale: la maggiore/minore visibilità del luogo fisico in cui viene svolta l'attività costituisce uno dei principali indicatori di sommerso, dal momento che esiste tra i due fenomeni un nesso reciproco di causa effetto: se da un lato infatti, chi lavora nel sommerso tende comunque a nascondere il luogo in cui viene svolta l'attività, d'altro canto, la mancanza di un luogo fisico di lavoro o la sua invisibilità incentiva fortemente il ricorso al lavoro sommerso. Tale aspetto risulta naturalmente strettamente connesso con le dimensioni stesse dell'attività;

di prodotto: anche la maggiore o minore visibilità del prodotto dell'attività condiziona la propensione allo svolgimento di attività in modo irregolare. Quest'ultima risulta infatti più alta con riferimento ai servizi; più bassa rispetto alle attività che hanno ad oggetto una specifica produzione. In quest'ultimo caso, il rischio di sommerso diminuisce quando il prodotto dell'attività è destinato alla vendita diretta mentre aumenta se si tratta di un semilavorato, destinato all'assemblaggio;

di mercato: tra le condizioni strutturali di svolgimento dell'attività il ricorso a forme di attività sommerse risulta infine strettamente legato alla maggiore/minore visibilità dell'attività nel mercato. In genere, quando l'azienda risulta visibile sul mercato, perché produce con un proprio marchio di vendita, la propensione all'immersione risulta abbastanza bassa. Al crescere invece dell'invisibilità di mercato, o perché si produce per grossisti o perché si lavora solo a façon, aumentano i rischi di immersione.

Sotto il profilo giuridico-formale, relativo cioè all'esistenza di irregolarità nello svolgimento dell'attività lavorativa, l'invisibilità tende a realizzarsi rispetto ai seguenti sistemi:

• fiscale: rispetto a questa dimensione l'attività d'impresa può risultare parzialmente o totalmente invisibile. Dalla situazione più grave, di assenza di partita iva e mancata dichiarazione fiscale, al ricorso occasionale a sottofatturazione o altre forme di evasione, le ipotesi di irregolarità rispetto a questa dimensione sono molteplici;

• normativo: sotto questo aspetto, l'invisibilità tende a configurarsi nel mancato rispetto di tutte quelle procedure connesse al regolare esercizio dell'attività quali l'iscrizione al Registro imprese, la formalizzazione dei rapporti di lavoro con registrazione presso gli uffici del lavoro, il rispetto del contratto collettivo nazionale;

contributivo: sotto questo profilo le ipotesi di irregolarità si configurano rispetto al mancato adempimento degli obblighi assicurativi e previdenziali. Anche in questo caso, le ipotesi di invisibilità variano di livello: dalla mancata denuncia di titolare e dipendenti ad entrambi gli enti (Inps e Inail), al parziale adempimento degli obblighi contributivi attraverso una serie di pratiche sommerse, quali la dichiarazione di un numero di giornate lavorative inferiore a quante effettivamente lavorate o il mancato rispetto dei minimi retributivi e contributivi previsti dal ccnl;

retributivo: in questo caso è la parte retributiva del costo del lavoro a risultare totalmente o parzialmente invisibile: le forme più diffuse sono la mancata registrazione della retribuzione nel libro paga dell'azienda ("retribuzione di fatto"), la registrazione di una retribuzione superiore a quanto effettivamente percepito ("doppia busta paga") o l'erogazione di fuoribusta (in genere per il pagamento del lavoro straordinario o quando il dipendente risulta inquadrato in un livello inferiore e parte della retribuzione effettiva figura come fuoribusta).

Sulla base degli aspetti rispetto ai quali l'attività può risultare sommersa e del livello di invisibilità, è stata costruita una tipologia che individua quattro profili ideali di impresa.

Impresa sommersa: rientrano in questa fattispecie di sommerso totale, tutte quelle attività legate a prestazioni di lavoro individuale, nelle quali l'oggetto dell'attività è la prestazione di un servizio (alta invisibilità del prodotto del lavoro), che non richiede un luogo di lavoro fisso e stabile e la cui clientela di destinazione è privata.
Possono essere ricomprese in tale tipologia tutte le attività connesse alla ristrutturazione e ai servizi di manutenzione legati all'edilizia, ai servizi di cura e assistenza alla persona svolti a domicilio, al settore delle autoriparazioni.
Le condizioni strutturali dell'attività contribuiscono sicuramente a rendere conveniente il ricorso all'irregolarità totale sotto il profilo fiscale, contributivo, retributivo e formale.
Si tratta di piccole imprese (2-3 addetti), non registrate nel Registro imprese e che lavorano senza partita iva. La mancata iscrizione al Registro imprese impedisce anche l'apertura della posizione previdenziale e assicurativa sia per il titolare che per i dipendenti.

Impresa quasi sommersa: configura un tipo di attività sotto il profilo giuridico formale molto simile alla precedente, ma differente con riferimento alle condizioni strutturali di svolgimento. In genere l'attività ha per oggetto la produzione di un manufatto o di un semilavorato destinato ad entrare nel mercato attraverso figure intermediarie che "piazzano" il prodotto presso aziende terziste, negozi, mercati, venditori ambulanti.
Al basso livello di visibilità del prodotto e dell'azienda nel mercato, si accompagna l'immersione territoriale, determinata, diversamente dalla prima fattispecie, dalla volontà di nascondersi: l'attività richiede infatti un luogo fisico per essere svolta, ma questo viene intenzionalmente occultato. Rientrano in tale tipologia molti tipi di lavorazione di carattere artigianale (tessile, calzaturiero, oreficeria, lavorazione pelli, falegnameria).
La realtà tipo è quella di un laboratorio ubicato generalmente in scantinati, garage, palazzi o, molto frequentemente, nella stessa abitazione del titolare.
La dimensione media del laboratorio è di 2-3 addetti. Generalmente il titolare apre la sola partita iva; talvolta, a questa segue l'iscrizione dell'attività al Registro imprese necessaria alla regolarizzazione della posizione previdenziale almeno del titolare. La manodopera è invece occupata in modo del tutto irregolare.

Impresa semi sommersa: rispetto alla precedente tipologia, l'impresa semi-sommersa configura una realtà imprenditoriale più strutturata. I settori in cui tale tipologia è più diffusa sono il tessile, l'agroalimenatre, il meccanico, la falegnameria: attività che hanno per oggetto un prodotto generalmente finito destinato ad essere venduto ad imprese terziste. Saltuariamente l'impresa è anche presente su piccola scala con un marchio proprio. L'attività viene svolta in luoghi visibili, anche se raramente rispetta i requisiti previsti dalla L. 626/96 in materia di sicurezza. Il profilo dimensionale dell'impresa semi sommersa è una variabile molto importante: il numero medio di addetti si aggira tra le 5 e 20 unità.
L'azienda è registrata nel Registro imprese e generalmente la maggioranza dei dipendenti, assunta con regolare contratto di lavoro, è registrata all'Inps. Tuttavia, sono ampiamente diffuse forme di irregolarità sotto il profilo fiscale, normativo e contributivo quali il ricorso più o meno sistematico all'evasione fiscale, il non rispetto del contratto collettivo nazionale di lavoro, la doppia busta paga o la dichiarazione di un numero di giornate lavorative inferiore a quante effettivamente lavorate.

Impresa semi emersa: quest'ultima tipologia è quella che più si avvicina alla condizione di regolarità nello svolgimento dell'attività d'impresa. Si tratta di un tipo di impresa di dimensioni variabili, in genere oltre i dieci dipendenti, la cui attività viene svolta in luoghi normalmente in regola sotto il profilo di sicurezza degli ambienti di lavoro. L'azienda produce generalmente con marchio proprio sul mercato nazionale e il prodotto è quindi destinato alla vendita diretta.
E' iscritta al registro imprese e i dipendenti sono assunti con regolare contratto di lavoro: in genere la loro posizione risulta regolare sotto il profilo del versamento dei contributi previdenziali e assicurativi. Esistono tuttavia irregolarità relative a fenomeni di evasione fiscale e retributiva: sottofatturazione e pagamento di straordinari fuoribusta sono le modalità più diffuse.

Tratto da: Censis, Promuovere regolarità e trasparenze
nel mercato del lavoro
, dicembre 2003.

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La geografia del sommerso

Sul totale delle circa 24 milioni e 329 mila unità di lavoro del 2005, circa 2 milioni e 951 (pari al 12,1%) mila risultano non regolari. Una percentuale che tuttavia appare in diminuzione rispetto al 13,8% del 2001. Lo comunica l’Istat, che ha diffuso i dati su La misura dell’occupazione non regolare nelle stime di contabilità nazionale - Anni 1980-2005.
Il tasso di irregolarità, dice l’Istat, tende a diminuire tra le unità di lavoro dipendenti mentre aumenta tra quelle indipendenti.
L’incidenza delle unità di lavoro non regolari dipendenti passa dal 16% del 2001 al 13,4% nel 2005 mentre, tra gli indipendenti, il tasso cresce dall’8,5% all’8,9%. I settori maggiormente coinvolti dall’irregolarità del lavoro sono quelli dell’agricoltura e dei servizi
In agricoltura, ad esempio, il carattere frammentario e stagionale dell’attività produttiva favorisce l’impiego di lavoratori temporanei che, essendo in molti casi pagati a giornata, non sono regolarmente registrati.
Per l’Istat, sono non regolari le posizioni lavorative svolte senza il rispetto della normativa vigente in materia fiscale-contributiva, quindi non osservabili direttamente presso le imprese, le istituzioni e le fonti amministrative. Rientrano in tale categoria le posizioni lavorative: continuative svolte non rispettando la normativa vigente; occasionali svolte da studenti, casalinghe o pensionati; svolte dagli stranieri non residenti e non regolari; plurime, cioè le attività ulteriori rispetto alla principale e non dichiarate alle istituzioni fiscali.

• L'irregolarità per settori
Nel 2005, il tasso di irregolarità è del 22,2% in agricoltura (20,9% nel 2001), del 5,9% nell’industria (7,4% nel 2001) e del 13,9% nei servizi (15,8% nel 2001). L’industria in senso stretto è marginalmente coinvolta dal fenomeno del lavoro non regolare: nel 2005 il tasso di irregolarità è pari al 3,9% (4,6% nel 2001) e raggiunge livelli più elevati soltanto in alcuni comparti produttivi come il tessile e l’abbigliamento (9,1%) e l’industria del legno (6,8%).
Nelle costruzioni il tasso risulta nel 2005, pari all’11,3%, in netto calo rispetto al 2001 (15,7%). Anche in questo caso, come già evidenziato per il settore agricolo, la diminuzione è da attribuire prevalentemente al processo di regolarizzazione dei lavoratori stranieri.
All’interno del terziario, il fenomeno è particolarmente rilevante nel comparto del commercio, alberghi, pubblici esercizi, riparazioni e trasporti, dove risulta non registrato il 19,1% delle unità di lavoro (19,7% nel 2001); in particolare, il tasso di irregolarità raggiunge il 35,8% negli alberghi e pubblici esercizi e il 29,4% nel trasporto merci e persone su strada.
Più modesto e stabile nel tempo è l’impiego di unità di lavoro non regolari nel comparto dell’intermediazione monetaria e finanziaria e delle attività imprenditoriali e immobiliari (pari al 9,5% nel 2005 e al 10,4% nel 2001). Nel comparto degli altri servizi, dove sono incluse diverse tipologie di occupazione pubblica e privata che offrono servizi alle famiglie, i tassi di irregolarità raggiungono l’11%.
Se si esclude l’occupazione impiegata nei soli servizi generali della pubblica amministrazione, che è immune dal fenomeno, il tasso sale sensibilmente, attestandosi al 14%; nel comparto dei servizi domestici la quota di unità di lavoro irregolari raggiunge livelli ancora più elevati (53,4%).
Il fenomeno del lavoro non regolare rileva importanti differenze a livello territoriale. Nel 2005, ultimo anno per il quale sono disponibili le stime, sono circa 627 mila le unità di lavoro non regolare nel Nord-Ovest, 465 mila nel Nord-Est, circa 543 mila al Centro e 1 milione e 317 mila nel Mezzogiorno.

 

• Tassi di irregolarità nel lavoro per settore di attività (2005, %)

 

Consulta la versione integrale della ricerca istat sul lavoro irregolare e le serie storiche a livello nazionale e regionale, clicca qui

Tratto da: Istat, La misura dell’occupazione non regolare
nelle stime di contabilità nazionale - Anni 1980-2005
,
6 febbraio 2008.

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Le possibili strategie contro il sommerso

Dalle esperienze sviluppate nei diversi Stati membri la Commissione ha evidenziato alcune indicazioni generali sulle possibili strategie di azione nel settore della lotta al lavoro sommerso e del sostegno alla sua emersione nel mercato del lavoro formale, quali:

• il rafforzamento dell'efficacia della normativa e dei sistemi di controllo fiscale e di regolarità dei rapporti di lavoro anche tramite l'implementazione delle sanzioni;

• lo sviluppo di sistemi previdenziali in cui i diritti alla protezione sociale siano strettamente correlati ai contributi versati. In questo caso è però indispensabile porre una forte attenzione all'individuazione di strumenti e politiche in grado di garantire i diritti assistenziali alla popolazione disoccupata e quindi priva di reddito;

• l'agevolazione dell'incontro fra domanda ed offerta nel mercato del lavoro formale attraverso lo sviluppo di strumenti e strutture efficienti, flessibili ed adattabili ai mutamenti del mercato del lavoro (accompagnamento, assistenza, start-up di impresa,..);

• la promozione di campagne di sensibilizzazione miranti a sviluppare una maggiore coscienza sociale e a dimostrare le gravi conseguenze del lavoro sommerso sul sistema nel suo insieme;

• il favorimento di una maggiore flessibilità del mercato del lavoro;

• l'individuazione di strategie di sostegno alla nascita e allo sviluppo di micro-attività imprenditoriali;

• il sostegno alla strutturazione di attività di servizio in alcuni settori caratterizzati da un'elevata incidenza del fenomeno quali i servizi di cura e il lavoro domestico;

• il coinvolgimento e la responsabilizzazione di tutti gli attori coinvolti, a partire dalle pari sociali, nello sviluppo di strategie di lotta al lavoro sommerso;

• l'attivazione e la formalizzazione di sistemi di cooperazione interistituzionale fra le diverse autorità competenti nel settore fiscale ed occupazionale a livello centrale, regionale e locale; la riduzione del costo del lavoro in termini di contributi sia a carico del datore di lavoro che del lavoratore;

• il rafforzamento dei controlli all'ingresso e l'ottimizzazione dell'efficienza dei sistemi di legalizzazione con riferimento alla forza lavoro immigrata.

Anche in occasione del Consiglio informale dell'occupazione e delle politiche sociali svoltosi a Varese il 10-11 luglio 2003, è stato ribadito l'impegno della Commissione sulla questione del lavoro non dichiarato, riscontrandosi un consenso generale sulla rilevanza di questo problema sia per ciò che attiene alla competitività dell'Europa che alla sua coesione sociale. Nel documento si sottolinea inoltre che la nuova Strategia europea per l'occupazione contiene tra le proprie linee guida, la lotta al lavoro irregolare, per cui il traguardo delle Istituzioni è quello di valorizzare tale linea di intervento attraverso una strategia di azione comune, basata sulla prevenzione e sull'insieme delle politiche di intervento definite nella Strategia.
Nella successiva decisione del 22 luglio del Consiglio Europeo relativa agli orientamenti per le politiche degli Stati membri, il tema del sommerso veniva inserito tra le Linee guida per l'elaborazione delle politiche europee in materia di occupazione e dei Piani d'Azione Nazionali (NAP).
Gli stati membri si impegnavano in questo modo a "sviluppare e implementare esplicite azioni e misure per eliminare il lavoro sommerso (…), togliendo i disincentivi e fornendo appropriati incentivi al sistema fiscale e sociale, migliorando la capacità di imposizione e applicazione delle sanzioni. Dovrebbero altresì intraprendere gli sforzi necessari a livello nazionale e comunitario per misurare l'estensione del problema e i progressi raggiunti a livello nazionale."

Dal Comitato per l'emersione del lavoro non regolare, un quadro delle norme e delle iniziative, in ambito nazionale, regionale ed europeo, sulla emersione dell'economia e del lavoro irregolari.

Tratto da: Censis, Promuovere regolarità e trasparenze
nel mercato del lavoro
, dicembre 2003.

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Le sansioni

L'impiego di lavoratori irregolari, ossia privi di contratto regolare, rimane un nodo cruciale della normativa sul lavoro, traducendosi in severe sanzioni per le imprese inadempienti. Il nuovo giro di vite ha portato alla revisione delle modalità applicative delle sanzioni amministrative inflitte.
In particolare l'Agenzia delle Entrate ha appena emesso una circolare che evidenzia le novità normative e giurisprudenziali sul tema. La sentenza n. 144, 12 aprile 2005 si riferiva all'illegittimità costituzionale dell'articolo 3 decreto legislativo n.12/2002, nello specifico a riguardo della impossibilità di provare che l'inizio del rapporto lavorativo irregolare avesse avuto luogo successivamente al primo gennaio dell'anno in cui è stata constatata la violazione.
L'articolo 36 bis del decreto legislativo n.223/06 ha quindi apportato delle modifiche importanti alla disciplina delle sanzioni amministrativi per chi ricorre a lavoratori che non "risultino" da scritture o da altra documentazione obbligatoria. Pertanto l'attuale circolare dell'Agenzia delle Entrate sostituisce la precedente circolare 35/E/2007 riguardante lo stesso tema e rende lo scenario normativo più chiaro, per le aziende e per i lavoratori.

Tratto da: www.pmi.it, Alessandro Vinciarelli, 26 settembre 2008.

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Il piano straordinario di contrasto al lavoro sommerso

Il Consiglio dei ministri del 28 gennaio 2010 ha dato il via al piano straordinario del ministro del Lavoro Sacconi che prevede controlli mirati in 20mila aziende del Sud per stanare il lavoro nero. Quattro le regioni sotto osservazione (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), dove una task force di 550 ispettori controllerà le imprese agricole ed edili.
Nel dettaglio, si tratta di 10 mila aziende agricole di cui 2.000 in Calabria, 2.500 in Campania, 3.000 in Puglia, 2.500 in Sicilia. E di altrettante imprese edili di cui 1.346 in Calabria, 3.814 in Campania, 2.564 in Puglia e 2.276 in Sicilia. Agli ispettori delle quattro regioni (500) si aggiungeranno quelli provenienti da altre parti del territorio (50).
L'intento del ministro Sacconi è di intervenire in quegli ambiti che possono dar luogo a un forte impatto sociale e sul piano dell'ordine pubblico e dove sono più probabili i collegamenti delle realtà economiche con le organizzazioni criminose strutturate sullo stesso territorio.
Per questo, il ministero del Lavoro ha incontrato i vertici delle strutture territoriali coinvolte dello stesso dicastero, dell'Inps e del Comando Carabinieri Tutela del Lavoro, per pianificare azioni coordinate di intervento, anche con modalità diverse a seconda del fenomeno di violazione oggetto di indagine: dal confronto è emersa la necessità di dar vita a specifici gruppi operativi composti da ispettori del lavoro, ispettori dell'Inps e militari dell'Arma dei Carabinieri, da impiegare nell’effettuazione degli accessi ispettivi.

• I primi risultati
Il ministro del Lavoro Sacconi ha presentato nel mese di maggio 2010 i primi risultati del Piano straordinario di vigilanza per l'agricoltura e l'edilizia nelle Regioni Calabria, Campania, Puglia, Sicilia.
Sono 1.280 i lavoratori in nero scoperti nell'agricoltura e nell'edilizia in Calabria, Campania, Puglia. E 350 aziende sospese, di cui 253 tornate a operare.
Per quanto riguarda invece la Sicilia "è in corso la definizione di un protocollo con la Regione, dal momento che l'attività ispettiva rientra nelle sue competenze specifiche".
Nel dettaglio, in Calabria sono state ispezionate 64 aziende agricole di cui 40 sono risultate irregolari (il 63% di quelle ispezionate). I lavoratori oggetto di verifica sono stati 283 (di cui 11 extracomunitari); 165 i lavoratori totalmente in nero. Nessuna sospensione per lavoro nero.
I dati relativi all'agricoltura sono riferiti all'attività svolta nella provincia dei Reggio Calabria dal 12 gennaio al 30 aprile e nella provincia di Crotone, nel periodo dal 26 aprile 2010 al 30 aprile 2010, in quanto l'attività programmata dal Piano straordinario per la Regione in questione ha avuto inizio nel mese di maggio. Sempre in Calabria ispezionate anche 61 imprese edili di cui 29 risultate irregolari (pari al 48 % rispetto a quelle ispezionate). Sono 193 i lavoratori oggetto di verifica di cui uno extracomunitario; 36 i lavoratori totalmente in nero; 8 i lavoratori irregolari per altre cause; 12 le sospensioni per lavoro nero (di cui 11 revocate); 44 le violazioni in materia di salute e sicurezza.
Nella Regione Campania sono state invece ispezionate 556 aziende agricole di cui 235 sono risultate irregolari (pari al 42% rispetto a quelle ispezionate). Sono 2.199 i lavoratori oggetto di verifica (251 extracomunitari, di cui 22 privi del permesso di soggiorno); 214 i lavoratori totalmente in nero; 189 quelli irregolari per altre cause. Sono emerse poi 1.536 posizioni lavorative fittizie e/o prestazioni previdenziali indebite. Sono poi 28 le sospensioni per lavoro nero (di cui 21 revocate).
Nella stessa regione, ma, questa volta, nel comparto edile sono state ispezionate 2.129 aziende di cui 1.182 sono risultate irregolari (pari al 56 % rispetto a quelle ispezionate). In Puglia, inoltre, sono state ispezionate 334 aziende edili di cui 199 risultate irregolari (pari al 60% di quelle ispezionate). Sono stati 954, di cui 21 extracomunitari, i lavoratori oggetto di verifica.
Totalmente in nero 74 lavoratori e 103 irregolari per 'altre cause'. Sospensioni per lavoro nero: 33 (di cui 31 revocate).
Sospensioni per motivi di sicurezza: 1 (di cui 0 revocate). Per quanto riguarda la regione Puglia, "i dati riferiti al settore agricolo -precisa la nota del ministero del Lavoro- non sono disponibili perchè, sulla base della calendarizzazione prevista dal Piano straordinario, gli accessi ispettivi hanno avuto inizio nel mese di maggio. Accessi che vedranno coinvolti, oltre alle amministrazioni già menzionate, anche il corpo Forestale dello Stato.

Consulta il piano straordinario di contrasto al lavoro sommerso nell'edilizia e nell'agricoltura.

Garanzia Giovani Calabria

Garanzia GiovaniLa Garanzia Giovani (Youth Guarantee) è il Piano Europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile. Se sei un giovane tra i 15 e i 29 anni, residente in Italia – cittadino comunitario o straniero extra UE, regolarmente soggiornante  – non impegnato in un’attività lavorativa né inserito in un corso scolastico o formativo, la Garanzia Giovani è un’iniziativa concreta che può aiutarti a entrare nel mondo del lavoro, valorizzando le tue attitudini e il tuo background formativo e professionale.Per accedere al Programma e ai servizi universali di informazione e orientamento, occorre registrarsi - presso il Sistema nazionale o regionale.  ADERISCI

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