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Apr 25th
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Pari Opportunità

Osservatorio Pari Opportunità

Osservatorio Pari Opportunità

 

 

 


 

Il lavoro delle donne

Le donne si presentano oggi come un soggetto articolato e fortemente dinamico, protagonista essenziale di un cambiamento che investe anche il mondo del lavoro; per comprenderne la portata è necessario valutarla in relazione all'affermarsi di una nuova soggettività femminile.
Le donne investono di più in cultura rispetto agli uomini, riescono meglio negli studi, danno maggiore rilievo al lavoro, sperimentano forme nuove del produrre e riprodurre, rivestono una molteplicità di ruoli nelle diverse fasi di vita.
Hanno un'organizzazione dei tempi di vita più complessa e flessibile degli uomini; nonostante il carico di lavoro familiare ed extra-domestico sono soddisfatte di sé, del loro fare, delle relazioni familiari e personali, pagando un prezzo elevato in disponibilità di tempo libero.
A partire da questo intreccio di trasformazioni, aspirazioni e comportamenti è possibile dare conto di progressi e difficoltà, individuare opportunità e vincoli.
C'è in atto una svolta culturale per determinare la crescita del peso delle donne nel mondo del lavoro: le aziende non vengono più tramandate solo di padre in figlio o, in assenza di figli maschi, ai generi (non si è mai trattato evidentemente di un vincolo legale, ma culturale), ora cominciano a prevalere considerazioni di carattere professionale.

Secondo il rapporto Le politiche attive per le donne lavoratrici e gli andamenti del mercato del lavoro femminile, promosso dalla Ufficio della Consigliera nazionale di Parità, nel 2009 il tasso di occupazione femminile si attesta attorno al 46,4%, facendo registrare una riduzione di 8 decimi di punto percentuale rispetto all'anno precedente, performance migliore rispetto a quella maschile che invece vede una flessione dell'indicatore di oltre 1 punto e mezzo percentuale.
La distribuzione per ripartizione territoriale della quota delle donne occupate si dimostra particolarmente disomogenea. Il Mezzogiorno continua a segnare un differenziale importante rispetto al dato nazionale e mostra, in particolare rispetto al Nord Italia, un divario di circa 26 punti percentuali, distanza che non si riduce di molto rispetto al Centro del Paese (-21.4 punti percentuali).
In questo contesto le regioni più virtuose sono: al Nord l'Emilia Romagna, con un tasso di occupazione femminile pari a 61.5%, valore ben al di sopra del dato nazionale e con un differenziale di genere di soli 4 punti percentuali (il gap nazionale di genere è oltre 22 punti percentuali); al Centro: Toscana e Marche, dove il tasso di occupazione femminile arriva a 55.4%.
Maglia nera del territorio è la regione Campania, il cui tasso di occupazione femminile risulta il peggiore, con un valore che si attesta al 26.3% (va evidenziato che la Campania presenta anche il peggior tasso di occupazione maschile regionale, pari a 55.7%).

L'analisi della variazione dell'indicatore di occupazione femminile rispetto all’anno precedente mostra una riduzione del tasso più incisiva al Nord rispetto alle regioni del Centro-Sud. E' il Veneto, in particolare, la regione che sembra aver pagato il maggior prezzo della crisi economica in termini di tasso di occupazione femminile, con una riduzione di 1.7 punti percentuali (-1.9 è stata la variazione del tasso di occupazione maschile rispetto all'anno prima).
Nel 2009 il tasso di disoccupazione nazionale è risultato pari a 7.8%, registrando un incremento di 1 punto percentuale rispetto all'anno precedente. Dall'analisi di genere risulta che la componente maschile ha fornito il maggiore contributo a tale riduzione rispetto a quella femminile (rispettivamente +1.3 e +0.7 punti percentuali), che sembra invece aver meglio contenuto gli effetti negativi della crisi economica iniziata a metà dell'anno 2008. Dall'analisi ripartizionale emerge la frammentazione del territorio in sottoaree particolarmente deficitarie, in cui il tasso di disoccupazione femminile sfiora il 17% (Sicilia, Puglia, Sardegna), a fronte di regioni virtuose del Nord in cui solo il 5.5% delle donne in cerca di occupazione risulta disoccupata (Emilia Romagna).

La variazione annua del tasso di disoccupazione femminile rispetto al 2008 ha però mostrato un dato piuttosto interessante nel Mezzogiorno, dove le regioni che storicamente si distinguono per le maggiori criticità occupazionali hanno registrato una riduzione del tasso di disoccupazione femminile: Calabria -1.8 punti percentuali, Molise -1.5, Basilicata -1.3, Campania -0.8 e Sicilia -0.7 punti percentuali. Anche la riduzione del tasso maschile nel Mezzogiorno appare meno incisiva rispetto alle regioni del Centro-Nord.
La distribuzione dell'incidenza degli occupati per settore di attività economica e genere rivela come i servizi rappresentino il settore di maggior opportunità occupazionale femminile (49.2% nel 2009) mentre il settore industriale è per l’80% a prevalenza maschile.
La variazione annua rispetto al 2008 mette in evidenza la crisi del settore industriale ed agricolo con perdite rilevanti in particolare per la componente femminile, mentre sembra tenere meglio il comparto dei servizi (in cui la quota di occupate mostra una leggera crescita +0.3 punti percentuali). Nel 2009 il part-time si presenta ancora come caratteristica predominante dell'organizzazione lavoro al femminile.
Attualmente la quota del part-time rispetto all'occupazione totale è pari al 14.3% (3.281mila rispetto a 23.025mila occupati totali) di cui 28% sono donne (2.579mila) contro il 5% degli uomini (702mila). La variazione annua rispetto al 2008 mostra una flessione importante per la componente maschile (- 5.6 punti percentuali), a fronte di una discesa della quota di part-time femminile inferiore a un punto percentuale.
Nel 2009 sono state accertate 406 violazioni amministrative in ordine alla tutela economica delle lavoratrici madri, a fronte delle 242 del 2008 (+67%); Sempre nel 2009, si sono registrate 613 ipotesi di reato in ordine alla tutela fisica delle lavoratrici madri, a fronte delle 240 del 2008 (+155%).

In questo breve dossier potrete trovare una sintesi aggiornata e approfondita della situazione del mercato del lavoro femminile in Italia.


Tutti i gap lavorativi uomo-donna

Lisbona amara per le donne italiane. Almeno finora. Il nostro Paese, infatti, non raggiungerà gli obiettivi Ue dell'Agenda di Lisbona né sul fronte dell'occupazione femminile né su quello dei servizi alla famiglia. Servizi che dovrebbero liberare energie per consentire alle donne di lavorare di più fuori casa e incrementare così il reddito del loro nucleo familiare e la pensione futura.
Sotto quest'ultimo fronte, solo il 12,3% dei bambini (a livello nazionale, ma con forti discontinuità territoriali Nord-Sud e fra le Regioni) può accedere a un posto in un asilo nido (è questo il cosiddetto tasso di ricettività). Ciò a fronte di un obiettivo Ue di copertura media della domanda del 33% da raggiungere entro il 2010 (si veda l'approfondimento sul Sole 24 Ore del Lunedì del 9 marzo 2009). Un obiettivo irraggiungibile per il nostro Paese. Neanche sul fronte dell'occupazione femminile ci avvicineremo agli obiettivi di Lisbona.
Il tasso di occupazione delle italiane è del 47,2% (dati Istat terzo trimestre 2008). Ben lontano dal traguardo Ue del 60% di donne che lavorano entro il 2010. Ecco l'Abc del gap occupazionale e retributivo tra uomini e donne riferito all'Italia.

• Conciliazione vita-lavoro
Come ricordato da Micol Fornaroli e Daniela Scaramuccia di McKinsey, oggi le donne continuano a svolgere il cosiddetto "doppio lavoro" in casa e in ufficio. In Italia il fenomeno è forte: 5 ore e 20 minuti al giorno (rispetto all'ora e 35 minuti dell'uomo) sono mediamente dedicate a questioni domestiche o familiari.
Sebbene lo scarto si riduca a livello europeo (4 ore e 29 minuti le donne, e 2 ore e 18 minuti gli uomini), il risultato è che le donne che riescono ad accedere ai vertici aziendali pagano un prezzo molto elevato: solo l'11% ha figli contro il 53% degli uomini.
Come evidenziato da Andrea Ichino dell'Università di Bologna, sommando il lavoro a casa e nel mercato, le donne italiane lavorano quasi due ore in più rispetto agli uomini. Ma lavorano circa tre volte più degli uomini a casa e la metà rispetto a loro nel mercato.
In conseguenza di queste differenze che originano nella divisione dei compiti nelle famiglie, le donne investono di meno in quello che serve per competere con gli uomini nel mercato del lavoro, guadagnano meno dei loro compagni e faticano a raggiungere i livelli più alti delle gerarchie aziendali pubbliche e private (a meno di rinunciare alla famiglia, cosa che gli uomini non sono costretti a fare).
Il ministero delle Pari opportunità, guidato da Mara Carfagna, sta mettendo a punto un piano per la conciliazione tra famiglia e lavoro. Allo studio incentivi per i congedi parentali, part-time più estesi, voucher per sviluppare i servizi privati e l'introduzione della baby sitter di condominio.
L'obiettivo sarebbe anche aumentare l'occupazione femminile del 5%.
Si lavora alla creazione di un Fondo nazionale per la conciliazione in via sperimentale, alimentato dai risparmi scaturiti dall'innalzamento dell'età pensionabile per le lavoratrici della Pubblica amministrazione.

• Gap retributivo
Le donne europee guadagnano in media il 15% in meno degli uomini (si va dal 3% delle impiegate pubbliche al 30% tra i manager). Quelle italiane (dati Eurispes 2009) il 16% in meno rispetto ai colleghi, con uno scarto annuale medio che si aggira sui quattromila euro. Si va da un minimo dell'1,7% nelle professioni meno qualificate a un massimo del 20,8% nell'ambito degli operai specializzati.
Stessa situazione per le mansioni cosiddette intellettuali, dove la differenza media di reddito arriva al 18,8%, e perfino nelle attività commerciali (13,4%). Meglio va fra gli impiegati (negli uffici lo scarto si riduce fino al 3,9%) e fra i dirigenti (3,3%).
Il gap retributivo tra uomini e donne è contrario a tutto il corpus normativo Ue e italiano. Nel Trattato di Roma, anno 1957, all'art. 141, è scolpito: salario uguale per uguale lavoro. Ci sono direttive Ue, dal 1975 a oggi, che riprendono il principio e sanciscono le pari opportunità per quanto riguarda mansioni, carriera, condizioni di lavoro. Ci sono la strategia di Lisbona e il Gender Pact firmato dai Governi e una tabella di marcia per raggiungere l'eguaglianza tra i sessi entro il 2010.
A livello normativo, l'Italia è all'avanguardia con la legge Anselmi del 1977 che vieta discriminazioni. Il problema è che l'applicazione resta problematica. Sulla parte variabile dello stipendio, su premi, incarichi aggiuntivi con gettoni e sugli straordinari non si riesce a intervenire, a livello normativo. Le misure legislative, comunque, non bastano: bisogna cambiare la cultura in molti Paesi, ancora pervasi da stereotipi.

• Leadership al femminile
La rappresentanza delle donne ai vertici delle imprese italiane è ancora bassa: ricordano Micol Fornaroli e Daniela Scaramuccia di McKinsey che la cosiddetta leadership femminile vale un misero 4% e ci posiziona in coda alla classifica europea, staccati anche da Bulgaria e Romania (12% ciascuna). Il prezzo di essere donna, tra i manager di una piccola o media impresa italiana, è ottomila euro lordi all'anno di stipendio in meno rispetto ai colleghi.
La buona notizia è che il gap retributivo era 20mila euro cinque anni fa. La situazione va migliorando, secondo Federmanager. Però la differenza resta inaccettabile, anche perché il recupero è costato troppo alle donne: il 43% non ha figli. La quota di dirigenti donne resta inchiodata all'8,5% nelle Pmi industriali, dove prevale un'organizzazione destrutturata.
Eppure, le top manager sono poche, ma brave. Le manager ai vertici delle 2.652 imprese italiane (rilevate da Cerved) a guida femminile generano più ricavi e profitti dei colleghi in vetta alla maggioranza delle aziende.
Non solo. Se nei consigli di amministrazione siede almeno una donna, il rischio di default o crisi aziendale è minore. Lo afferma una ricerca Cerved basata su uno dei maggiori database del nostro Paese.
I dati confermano quanto già appurato a livello internazionale dagli studi Catalyst e McKinsey: le imprese a guida femminile hanno performance gestionali e finanziarie superiori alle medie di settore.

• Maternità
Secondo l'indagine Isfol "Maternità, lavoro e discriminazioni", in Italia il 13,5% delle donne esce dal mercato del lavoro a causa di discriminazioni subite al rientro dal periodo di maternità o per l'impossibilità di conciliare tempi di vita e di lavoro, in assenza di strutture sociali adeguate, o ancora per l'inadeguatezza del partner percepito come aiuto occasionale dal 41% delle intervistate.
Mobbing in varie forme, esclusioni da progetti importanti, richiesta più o meno velata dai datori di lavoro di posticipare una gravidanza, comportamenti scorretti concorrono fortemente, secondo l'Isfol, a uscire dal mercato del lavoro.
A perdere il posto dopo un figlio sono il 12% delle donne. Mentre il 15% di inoccupate prima della gravidanza non troverà mai più un lavoro a bambino nato. Per quanto riguarda la leadership al femminile, scarseggiano, nel nostro Paese, modelli femminili equilibrati di successo, nel campo del lavoro.
Le donne più in vista nel nostro Paese, nella ricerca, nella politica, o nelle imprese, spesso non ha figli. Chi li ha, spesso è figlia degli imprenditori fondatori dell'azienda in cui lavora o ha pagato a caro prezzo la conciliazione tra carriera e famiglia.
Tutti gli studi raccomandano più meritocrazia, flessibilità oraria e servizi sociali di sostegno alla famiglia per conciliare tempi di vita e di lavoro.

• Opt-out
Diversi libri e media americani hanno di recente fatto tornare in auge la libera scelta dell'opt-out ("tirarsi indietro"), vale a dire la decisione di licenziarsi dopo le maternità, per dedicarsi meglio alla famiglia.
Il besteller di Leslie Bennetts "The feminine mistake", che ha avuto ampia eco, pubblica però diversi studi che dimostrano come, spesso, l'opt-out sia il prendere atto (più o meno consapevolmente) che si è gentilmente accompagnate verso l'uscita dal mercato del lavoro, in quanto le lavoratrici mamme sono considerate meno produttive di prima. In altri casi, invece, le donne citate negli studi si licenziano perché adibite a lavori che non le valorizzano appieno o perché "è questo che la società si aspetta da loro".
Naturalmente, esiste anche una quota di ex lavoratrici consapevolmente felici di cambiare vita e fare le casalinghe, supportando piuttosto il marito nella sua carriera, come scritto di recente da Megan Basham nel libro "Beside every successful man: a woman's guide to having it all".
Ma gli studi pubblicati da Bennetts dimostrano che se una donna con istruzione superiore si licenzia, negli Usa perde in media un milione di dollari di reddito nell'arco della sua vita e mette a rischio-povertà la sua famiglia, se non ha proprietà che garantiscano entrate autonome da mariti o genitori.

• Pensioni
La Corte di Giustizia Ue ha imposto all'Italia l'equiparazione dell'età pensionabile delle donne a quella degli uomini, nel pubblico impiego, eliminando per le donne la possibilità di andare in pensione cinque anni prima degli uomini.
La differenza di cinque anni - da 60 a 65 per le pensioni di vecchiaia – rappresenta una discriminazione per le donne che vogliono continuare a lavorare. L'età pensionabile di uomini e donne deve essere la stessa perché non è più plausibile compensare le donne con una via di fuga dal lavoro anticipata per riequilibrare i carichi di lavoro sociali – si legga la cura di figli e genitori anziani – quasi interamente sulle spalle delle donne. Però, andando prima in pensione, la donna rischia la povertà perché incassa una pensione più bassa.
Nel 2006, l'importo medio annuale dei redditi pensionistici per un uomo era pari a 15.990 euro rispetto a 11.133 euro percepiti in media dalle donne. Le diversità negli importi medi derivano dalla forte concentrazione delle donne nelle classi di importo pensionistico basso e dai "buchi contributivi" che caratterizzano le donne, a causa dei periodi di inattività o di lavoro "in nero" tipici delle loro carriere lavorative.

• Questione femminile
È riduttivo parlare di "questione femminile" in Italia. Piuttosto, secondo la maggioranza degli economisti (si vedano ad esempio i saggi pubblicati su Lavoce.it) in riferimento all'insufficiente tasso di occupazione femminile bisogna parlare di spreco di talenti che il Paese non può più permettersi; secondo i sociologi esiste una negligenza nazionale nelle politiche a sostegno della famiglia tutta (non solo delle donne); secondo i giuristi esiste una questione di diritti violati, consideranto i gap uomo-donna.
Le docenti della Bocconi Paola Profeta e Alessandro Casarico hanno dimostrato che se in Italia lavorassero 100mila donne in più, la maggiore occupazione varrebbe lo 0,28% del Pil e potrebbe liberare risorse per migliorare le politiche a favore della famiglia.
Il Commissario Ue al Lavoro, Vladimir Spidla, è convinto che il completo Ue al Lavoro, Vladimir Spidla, afferma che il riscatto delle donne nella società europea non è solo una questione etica ma anche e soprattutto pragmatica, perché le donne sono forza-lavoro indispensabile nel mondo della competitività globale e della crisi del welfare, un elemento essenziale per la stabilizzazione della situazione sociale e pensionistica in Europa. Insomma discriminare le donne oggi è un lusso che l'Europa non può più permettersi.

• Quote rosa e misure d'urto
Molte donne e diversi esponenti politici ritengono che il sistema sociale italiano non sia in grado di autoregolarsi sul tema della parità uomo-donna e che servano norme transitorie e mirate per le pari opportunità negli incarichi pubblici, che garantiscano una presenza paritaria delle donne negli enti pubblici, nella Pa, nei consigli d'amministrazione delle aziende a capitale pubblico.
Federmanager e il neo-costituito gruppo femminile Minerva chiedono l'obbligatorietà di almeno due donne nei Cda delle imprese quotate e sgravi per le piccole-medie imprese che portino avanti le donne nella gerarchia aziendale. La Fondazione Bellisario ha elaborato una proposta di legge che propone un'Authority garante della parità uomo-donna ai massimi livelli degli enti pubblici.
Di diverso avviso, invece, il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, che più volte si è espressa pubblicamente contro le quote rosa.

• Soffitto (o labirinto) di cristallo
Nel mezzo della carriera c'è una palude nella quale cadono quasi tutte le donne, fatta di periodi di maternità troppo allungati nel tempo, discriminazioni o senso di spaesamento al rientro dalla maternità, o attribuzione degli incarichi migliori agli uomini che sono "capofamiglia" e "mantengono la famiglia" (sono i breadwinner, dicono negli Usa), scarsa capacità di pubblicizzare i propri risultati presso i propri capi da parte delle donne, scarsa o quasi inesistente rete di servizi pubblici sociale a sostegno delle famiglie.
Questi mattoni invisibili costituiscono un tetto che quasi impedisce l'ascesa delle donne verso i piani alti, un tetto denominato correntemente "soffitto di cristallo". Ma più recentemente un articolo sull'Harvard business review ha parlato di "labirinto di cristallo", perché il percorso a ostacoli non è solo in fase di ascesa ma anche in orizzontale, nella vita lavorativa di tutti i giorni.

• Stereotipi sessisti
Nel 2007 e nel 2008 l'Onu ha redarguito l'Italia per il perdurare di "stereotipi sessisti". Gli stereotipi sono subdoli, in quanto frequenti nel linguaggio comune e nel cervello delle persone, uomini e donne. Quando si dice con stupore che una donna è "lavoratrice e mamma" o peggio ancora, "nonostante sia mamma" si insinua che la conciliazione tra vita e lavoro sia quasi impossibile.
I media, le pubblicità, persino le favole raccontate ai bambini e i giocattoli a loro regalati spesso propongono modelli femminili obsoleti: per le donne privilegiano aspetti come la bellezza, il senso materno, la creatività disgiunta da doti pratiche o la componente seduttiva, mentre i modelli maschili inneggiano a valori come il coraggio, la capacità di "salvare" le donne da situazioni pericolose, la capacità manuale. Una ricerca del 2006, che analizzava la presenza femminile sulla stampa italiana, ha appurato che le donne sono citate dai media soprattutto come vittime di violenze o come madri.

• Valutazione dei talenti femminili
Secondo lo studio "Women matter" della società di consulenza McKinsey, nel Paese e nelle imprese serve un'iniezione di meritocrazia che porti ai vertici chi merita, indipendentemente dal numero di ore alla scrivania. Ora la valutazione delle risorse umane avviene in Italia soprattutto su criteri di fedeltà al capo, della capacità di farsi cooptare o di orario di lavoro prolungato. Bisognerebbe portare avanti, invece, chi porta risultati.
Il sistema, comunque, non funziona: la produttività individuale italiana della forza lavoro è tra le più basse d'Europa. Perdurano anche atteggiamenti paternalistici, del tipo "questo incarico che richiede molti viaggi non lo propongo alla tal risorsa che è madre" oppure "questo incarico con gettone extra lo propongo a tal collaboratore, che è padre di famiglia".
E' urgente fissare nuovi criteri di valutazione dei talenti femminili, gender neutral (vale a dire non influenzati dal sesso).

• L'Europa e il caso italiano
Secondo la Commissione europea, in Italia la differenza media tra il salario di un uomo e quello di una donna è la più bassa d'Europa. Un'ottima notizia per il lavoro al femminile. Le lavoratrici italiane guadagnerebbero in media solo il 4,9% in meno degli uomini, percentuale irrisoria se confrontata a quella degli altri paesi europei. La differenza media in Spagna è del 17,1%, in Germania del 23,2%, in Gran Bretagna del 25,5%, per arrivare al 30,3% dell'Estonia.
Ma come si spiega questo primato italiano? La Commissione europea lo fa considerando il peso più basso di lavoro rosa sul totale. In Europa, il calcolo della media, infatti, rivela che ha un lavoro il 71% degli uomini e il 58,7% delle donne. In Italia gli uomini a lavorare sono il 68,9% mentre le donne sono il 46,1%, ossia una su due.
Da una cinquantina d'anni l'Italia ha deciso di parificare le retribuzioni degli uomini e delle donne che fanno lo stesso mestiere. Ma l'accesso ai vari lavori non è paritario, e questo finisce per creare un gap salariale che in teoria non ci dovrebbe essere.
Le donne italiane finiscono per guadagnare di meno perchè fanno lavori meno qualificati. Inoltre, secondo uno studio del governo svedese, l'eliminazione di ogni disparità di genere potrebbe condurre a un incremento potenziale del Pil fra il 15% e il 45%.
Consulta la Relazione della Commissione europea sulla parità uomo donna nel 2010.

Tratto da: Il Sole 24 Ore, 15 marzo 2010.

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Al via il Programma-obiettivo per la promozione dell'occupazione femminile

Sulla Gazzetta Ufficiale n.175 del 28 luglio 2008 è stato pubblicato il provvedimento con il quale il Comitato nazionale di parità e pari opportunità nel lavoro ha formulato per il 2008 il Programma-obiettivo per la promozione dell’occupazione femminile, per il superamento delle disparità salariali e nei percorsi di carriera, per il consolidamento di imprese femminili, per la creazione di progetti integrati di rete.
Il programma intende attuare azioni positive finalizzate a:

- Promuovere, al proprio interno, la presenza delle donne negli ambiti dirigenziali e gestionali anche attraverso specifici percorsi di formazione manageriale.
- Modificare l'organizzazione del lavoro, del sistema di valutazione delle prestazioni e del sistema premiante aziendale.
- Sostenere iniziative per le lavoratrici con contratti non stabili in particolare giovani neolaureate e neodiplomate, le disoccupate e le donne di età maggiore di 45 anni.
- Agevolare l'inserimento e/o il reinserimento lavorativo di donne di età maggiore di 45 anni.
- Consolidare imprese a titolarità e/o prevalenza femminile nella compagine societaria.
- Promuovere la qualità della vita personale e professionale anche attraverso la rimozione degli stereotipi in un’ottica di pari opportunità.

I soggetti finanziabili sono i datori di lavoro pubblici e privati, le cooperative e i loro consorzi, i centri di formazione professionale accreditati, le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali, le associazioni. La durata massima dei progetti non potrà essere superiore a ventiquattro mesi.

Per approfondimenti, si rimanda al sito del Ministero del Lavoro.

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Donne a rischio precarietà

Giovani ma anche meno giovani. Nella palude della precarietà ci finiscono soprattutto le donne. Tutte costrette a contratti instabili più di quanto non succeda ai loro colleghi uomini. Più della metà delle giovanissime occupate hanno un contratto atipico e lo stesso accade a quasi al 26 per cento delle “under 34”.
Impieghi marginali e contratti di breve durata anche per le più adulte. Tutte con una probabilità inferiore a quella già bassa dei precari uomini di riuscire a trasformare il contratto atipico in un impiego stabile. A lanciare l’allarme della “precarietà rosa” è il Terzo Rapporto di Ires Cgil preparato dall’Osservatorio sul lavoro atipico.
Le donne si ritrovano nella condizione di quell'atleta a cui, per colpa di ostacoli imposti solo a loro, non è data piena possibilità di vincere la corsa. Se mai viene concesso loro di correre.
A loro viene riservata una durata contrattuale ancor più breve di quanto non succeda ai precari uomini.
Il 76 per cento delle atipiche si ritrova con un contratto temporaneo inferiore ai dodici mesi mentre agli uomini succede a poco meno del settanta per cento dei casi.

L’elusività del lavoro stabile
La condizione precaria sembra essere per la componente femminile uno status ancora meno passeggero di quanto non sia già per i colleghi maschi. Si direbbe piuttosto una condizione permanente che per di più interessa quasi tutte le età.
A una quota molto esigua di donne viene concessa la possibilità di potere accedere, dopo esperienze di lavoro discontinuo, a un contratto a tempo indeterminato.
Ci riesce solo il 14 per cento di loro, mentre riesce lo stesso a un pur sempre troppo esiguo 20 per cento degli uomini con contratti a tempo determinato o di collaborazione.

Dimensione dell’area di instabilità per sesso ed età (percentuale instabili su occupazione totale)

Età
Percentuale di instabili su occupazione totale
Donne
Uomini
15-24 anni
50,7%
39,7%
25-34 anni
25,7%
15,5%
35-44 anni
15,7%
8,3%
45-54 anni
11,6%
5,7%
55-64 anni
8,1%
6,1%
65 anni e oltre
7,7%
8,6%
Fonte: Istat, Indagine sulle forze lavoro

Il part-time e l’inganno della flessibilità family friendly
Le donne poi si ritrovano a dover abitare lo spazio del tempo parziale non sempre per propria scelta. Rappresentano i tre quarti degli occupati part-time (dipendenti e parasubordinati), ma solo il 36 per cento si trova in questa condizione intenzionalmente.
Il tempo parziale rappresenta un vantaggio semmai per le donne in età più avanzata dove il rientro sul mercato del lavoro diventa un modo per contribuire al reddito familiare. Per la gran parte però non sembra avvalorata l'ipotesi che il part-time sia uno strumento di conciliazione da accogliere senza remore.
Gli autori dell’indagine mettono in guardia e affermano che è “legittimo chiedersi se il ricorso indiscriminato a forme contrattuali atipiche non rappresenti in realtà un fattore di svantaggio per le donne”.

Mestieri troppo atipici
La flessibilità che viene offerta alla donne sembra così determinare un “progressivo deterioramento dal punto di vista occupazionale, economico e sociale” della loro condizione. Hanno titoli più elevati ma lavorano meno e guadagnano meno. Svolgono professioni tecniche, attività impiegatizie poco qualificate e a carattere esclusivo.
E per quanto riguarda le laureate che si ritrovano con un contratto di collaborazione, solo il 42 per cento di loro è occupata in attività scientifiche e di elevata specializzazione mentre succede lo stesso, a parità di titolo di studio, al 52 per cento degli uomini.

Il minore guadagno
Secondo i dati Inps, rielaborati dagli autori dell’Ires, a parità di durata contrattuale le donne si ritrovano ad avere un imponibile medio inferiore a quello degli uomini. Con una differenza che diventa crescente visto che mentre quelle degli uomini continuano a crescere nel tempo, per le donne le retribuzioni dopo i 44 sembrano non aumentare più.
Complessivamente il 77,3 per cento delle atipiche ha un imponibile inferiore ai diecimila euro l’anno.

Percentuale imponibile in euro per genere degli atipici esclusivi

Imponibile annuo
Donne
Uomini
Fino a 1.000 euro
19,7%
15,3%
da 1.001 a 5.000 euro
36,9%
31,8%
da 5.001 a 10.000 euro
20,7%
19,5%
da 10.001 a 20.000 euro
17,5%
21,4%
da 20.001 a 50.000 euro
4,9%
10,0%
Più di 50.000 euro
0,4%
1,9%
Fonte: Ires-Cgil 3° Rapporto Osservatorio Permanente sul lavoro atipico in Italia, marzo 2008

La conciliazione difficile
Le condizioni non possono che avere così una ricaduta diretta sulle scelte di vita. Tra le giovani collaboratrici con un'età compresa tra 25 e 34 anni, sono madri meno del 19 per cento mentre le occupate della stessa età lo sono in una percentuale molto più elevata (il 31 per cento).
La maternità e la collaborazione sembrano condizioni difficilmente conciliabili. E i figli trovano spazio solo in età più avanzata quando diventa maggiore l'autonomia in termini di sede e di orario di lavoro.

Donne con contratti di collaborazione per età e condizione familiare (pesi percentuali)

Età
Madri con figli conviventi
Altre donne
25-29 anni
4,0%
44,4%
30-34 anni
19,1%
28,7%
35-39 anni
31,2%
12,8%
40-44 anni
27,0%
6,8%
40-44 anni
27,0%
6,8%
45-49 anni
18,7%
7,3%
Fonte: Ires-Cgil 3° Rapporto Osservatorio Permanente sul lavoro atipico in Italia, marzo 2008

Scarica il Terzo Rapporto di Ires Cgil:
- Rapporto completo (formato .pdf - 720 Kb)
- Sintesi del rapporto (formato .pdf - 163 Kb)
- Presentazione del rapporto di Giovanna Altieri (formato .pdf - 172 Kb)

Tratto da: MioJob di la Repubblica, 19 marzo 2008.

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Le professioni dove le donne non arrivano mai

Se una donna che rimane in casa venisse pagata per tutto quello che fa, dice un recente studio statunitense, dovrebbe guadagnare circa 110 mila euro l’anno. Ovvero, come un dirigente d’azienda.
Questo gioco economico, seppure non muta le condizioni di chi è casalinga a tempo pieno o di chi lo è pure lavorando, è utile a mostrare il paradosso delle tante cose che fanno le donne e del poco che ricevono in cambio.
Sì perché le donne, comunque la si metta, a casa o in azienda, a lavorare ci stanno sempre. E quasi sempre ci rimettono. In Italia – dati dell’ultima indagine del Laboratorio Armonia della Bocconi sul Pay Gap - il divario retributivo tra le donne e gli uomini cresce nel tempo.
E' stimato pari al 9 per cento per le donne tra 20 e 35 anni e arriva fino al 36 per cento per la classe d’età tra 56 e 65 anni.
Ma non si tratta solo di retribuzioni, piuttosto di opportunità professionali che non sempre vengono offerte alle donne in pari misura a quelle che vengono prospettate agli uomini.

A riaprire il tema in Italia, ci ha pensato il nuovo ministro delle Pari opportunità, Barbara Pollastrini. Le aziende, ha detto Pollastrini, si devono aprire ai talenti femminili. La dichiarazione lascia presagire l’ipotesi di quote rosa non solo per le candidate in politica ma anche per i posti alle donne nelle università e nelle imprese.
In Italia, se si guarda alle preferenze che le aziende esprimono al momento delle assunzioni, dati Unioncamere, ci si accorge che tra le professioni a “orientamento maschile” o “off-limits” per le donne, oltre a quelle come l’addetto ai servizi di sicurezza personale, ci sono posizioni come il direttore dell’area finanza e amministrazione, il tecnico informatico e i disegnatori tecnici.
E per queste tre posizioni l’evoluzione degli ultimi anni mostra una crescente disparità.
Allo stesso tempo le figure dove invece vengono preferite le donne sembrano essere quasi sempre le medesime.
Per le selezioni del 2005, le aziende hanno detto di preferire una donna quando cercavano segretarie, assistenti di didattiche, estetiste, assistenti socio-sanitarie o impiegate nella contabilità. Viene da pensare che le imprese siano tra i più arretratti recetttori delle mutazioni sociali in atto.

In un'indagine realizzata dal Corep sulle “Disuguaglianze di genere nelle politiche aziendali” - che ha analizzato come è mutato il mercato del lavoro negli ultimi otto anni in Piemonte - si osserva che le donne entrano sempre di più nelle posizioni dirigenziali ma allo stesso tempo però ci sono ancora delle professioni ad “alta segregazione”.
Gli uomini sono molto presenti nelle attività di gestione imprenditoriale e in quelle operaie, mentre le donne nelle attività impiegatizie non specializzate (vedi tabella). Seppure, proseguono gli autori, vi sono aziende che vedono crescere le quote di donne in figure impiegatizie, di coordinamento e dirigenziali, sono altrettante quelle dove le posizioni femmili arretrano.
Spesso sembrano contare più le scelte delle singole aziende più che i fenomeni strutturali. Ma non solo. In Italia, se si guarda ai media, ci si accorge che anche qui cresce la quota delle donne ma poche sono quelle che ricoprono posti cruciali. Di domenica, sui quattro giornali più venduti si può leggere solo una firma femminile tra gli editoriali (quella prestigiosa di Barbara Spinelli su La Stampa).

All’apice della carriera giornalistica ci arriva una quota ancora irrisoria (meno del 2 per cento). In Tv, secondo una recente indagine del Censis, solo il 36,9 per cento dei programmi di approfondimento è condotto da donne.
E anche lì dove lo spazio è maggiore, ad esempio nel ruolo delle "esperte", le donne sono relegate in ambiti e tematiche specialistice. Se si va a vedere di cosa parlano queste donne si scopre che raramente vengono chiamate per discutere di medicina, diritto o cultura manageriale.
Le esperte del gentile sesso per lo più finiscono per parlare di astrologia (una su cinque), natura, artigianato o letteratura (vedi tabella). Nella magistratura, negli ultimi venti anni la componente femminile è quadruplicata (vedi tabella) eppure la loro presenza negli incarichi direttivi e nei ruoli di rappresentanza è ancora ridotta: le donne titolari di uffici semidirettivi sono 51 contro 665 uomini e le titolari di uffici direttivi sono 23 a fronte di 421 dirigenti uomini.
Nell'ambito della ricerca e delle scienze, secondo i dati resi noti dal rapporto dell’Unione europea “She figures”, da noi sono donne solo il 19 per cento dei ricercatori attivi nelle aziende.
E se nelle università la proprorzione sale (al 31 per cento) è pure vero che a meno di cinque di loro (16,8%) capita di riuscire a raggiungere la posizione più elevata. Più ampiamente, secondo un’indagine realizzata dall’Institute for the Study of Labor, in Italia solo il 3,9 delle donne che lavorano occupano un posto da responsabile mentre il 13 per cento è quadro e la gran parte (l'83,1 per cento) è occupata in posizioni impiegatizie (vedi tabella) mentre tra gli uomini l’11,5 per cento ricopre posizioni di responsabile (vedi tabella).
A fine marzo di questo anno, il Consiglio europeo dell’Unione europea ha sottoscritto una sorta di patto europeo dove le parti si impegnano a perseguire le parità di genere, colmare i divari e combattere gli stereotipi nel mercato del lavoro. A questo si aggiunga che il 2007 è stato dichiarato l’anno europeo delle pari opportunità per tutti. Basterà?

Tratto da: la Repubblica, 31 maggio 2006.

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Perché non lavori?

L'Isfol ha promosso un'indagine sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro curata da Roberta Pistagni, ricercatrice dell'area Analisi e valutazione delle politiche per l'occupazione. Lo studio, dal titolo Donne, madri e lavoro: carichi familiari, orari di lavoro poco "family friendly" e fattori culturali caratterizzano l'inattività femminile, è stato realizzato nel 2007 su proposta del Ministero del Lavoro, con l'obiettivo di analizzare gli elementi determinanti il fenomeno dell'inattività femminile in Italia con un approccio multi disciplinare.
La ricerca è stata condotta su un campione di 6000 donne tra i 25 e i 45 anni d'età a cui è stato somministrato un questionario con tecnica CATI.

I risultati indicano che le cause dell'inattività femminile ruotano principalmente attorno alla famiglia (divisione dei compiti tra i coniugi e carichi di lavoro legati alla cura dei figli e dei parenti non autosufficienti), al modello di welfare (carenza di servizi per l'infanzia, presenza di reti familiari e informali) e all'organizzazione del lavoro (bassi livelli di conciliazione tra lavoro e famiglia, rigidità degli orari di lavoro).
"Le donne inattive si caratterizzano" spiegano Cutillo ricercatore dell'Istat e Gualtieri ricercatrice dell'Isfol "per la presenza di figli, soprattutto nella fascia d'età compresa tra i 0 e i 5 anni" a cui si aggiungono il grado e le modalità di divisione del lavoro di cura con il partner, l'assenza di un aiuto nella gestione della casa e il possesso di un basso titolo di studio".

La ricerca individua anche elementi di natura culturale tra le cause che favoriscono l'inattività femminile. Tendono infatti a non lavorare donne che hanno avuto madri non lavoratrici. Lo studio conferma l'ipotesi che vede il riproporsi, in età adulta, di scelte simili a quelle compiute dalle donne presenti nelle famiglie d'origine, che "inevitabilmente hanno trasmesso modelli comportamentali sia attraverso le proprie scelte che nei discorsi di tutti i giorni" specifica Myriam Trevisan antropologa che ha collaborato all'indagine.
D'altro canto aver frequentato durante l'infanzia donne che lavoravano è un fattore che incentiva positivamente l'occupazione femminile. Sulla bassa partecipazione al lavoro, inoltre, hanno un peso non trascurabile il livello d'istruzione e il luogo di residenza.
"Ci sono meno inattive fra le donne maggiormente istruite" spiegano Tindara Addabbo e Donata Favaro economiste che hanno collaborato alla ricerca e "al Nord l'inattività è più bassa fra le donne che non hanno titolo di studio o hanno la licenza elementare (17,2%) e fra chi è in possesso della laurea o di specializzazione post laurea per le quali il tasso di inattività risulta pari al 10,9%".
Nelle altre parti d'Italia la quota delle inattive diminuisce al crescere del livello di studi conseguito pur rimanendo sensibilmente più elevato, a parità di livello di istruzione, al Sud.

Nonostante le difficoltà che devono affrontare tutti i giorni le donne sono disposte a lavorare, ma a quali condizioni?
Secondo l'indagine la risposta sta nella possibilità di scegliere un orario ridotto o flessibile con un salario che superi le spese per le attività di cura familiare affidate a terzi. Si tratta sostanzialmente di un part time fino a 25 ore settimanali con un reddito fra i 500 e i 1000 euro al mese. Questa possibilità sottolinea Francesca Bergamante "dovrebbe avere un carattere di reversibilità in modo da essere adattata al ciclo di vita familiare e non risultare penalizzante rispetto alla carriera.
Quello che manca per ridurre il fenomeno dell'inattività femminile sono politiche in grado di diminuire il peso dei lavori domestici, fra cui la disponibilità di servizi pubblici per bambini ed anziani e un adeguamento dei tempi lavorativi, adottando orari family friendly".

Considerando tali dinamiche della partecipazione femminile al lavoro, ci si chiede cosa accade in un momento congiunturale sfavorevole come quello attuale, secondo Bergamante "in un momento di crisi come questo in cui diminuisce la quota di lavoro retribuito anche maschile è ovvio che le donne aumentano il loro impegno nel lavoro domestico e di cura non retribuito dovendo trovare un modo per compensare il decremento delle entrate del nucleo familiare".

Consulta la sintesi dell'indagine Isfol Donne, madri e lavoro: carichi familiari, orari di lavoro poco "family friendly" e fattori culturali caratterizzano l'inattività femminile.

Tratto da: Isfol, maggio 2010.

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Donne al vertice? L'impresa ci guadagna

Le donne al vertice delle imprese italiane sono poche, molto meno della media europea, e questo è un fenomeno noto, di cui da qualche tempo si è iniziato a discutere. La novità che emerge da una ricerca di Cerved sulle donne manager è un'altra: le imprese guidate dalle donne vanno meglio rispetto alle altre, accrescono più velocemente i ricavi, generano più profitti, sono meno rischiose.
Secondo le statistiche della Commissione europea, il l'Italia è 29ª (su 33 Paesi censiti) per numero di donne presenti nei consigli d'amministrazione delle società quotate in Borsa (con il 4% degli amministratori, contro una media della Ue a 27 dell'11%), seguito solo da Malta, Cipro, Lussemburgo e Portogallo.

Utilizzando gli archivi di Cerved sui soci e sugli amministratori delle società di capitale italiane, è possibile allargare il campo d'osservazione anche alle aziende non quotate: la presenza femminile nei consigli d'amministrazione delle imprese con un fatturato maggiore di 10 milioni risulta pari al 14%, in leggera crescita rispetto al 12% osservato nel 2001.
Le imprese in cui il potere è in mani femminili sono una rarità: i consigli d'amministrazione con una maggioranza femminile, o quelli costituiti da sole donne, rappresentano infatti un'esigua minoranza nel panorama della società di capitale italiane. Rispetto alle oltre 18mila imprese tutte maschili, le società con un board prevalentemente costituito da donne sono solo 1.850, il 6,4% del totale delle imprese con ricavi oltre i 10 milioni; di queste, sono solo 767 quelle in cui il Cda è tutto al femminile.
Una quota consistente delle società considerate, il 21,4%, è tuttavia costituita da imprese con un solo amministratore, in cui non esiste un vero e proprio board che discute e decide le strategie aziendali. Escludendo queste imprese dai conteggi, esistono solo 86 aziende con un Cda completamente femminile (complessivamente, le imprese in cui il board è a prevalenza femminile sono 1.169). Le società con un Cda tutto maschile sono invece la maggioranza, circa 13mila, e quelle dove le donne sono presenti, ma in minoranza, circa 7mila (un terzo del totale).

I consigli d'amministrazione a prevalenza femminile sono diffusi soprattutto tra le imprese attive nel campo dell'istruzione, della sanità o dell'assistenza personale, nel tessile-abbigliamento, nell'industria del mobile, mentre quelli in cui è più raro trovare imprese con una maggioranza di donne al comando sono le utility, il recupero e lo smaltimento dei rifiuti, le attività ricreative.
Le statistiche indicano chiaramente che le poche aziende in cui le donne occupano la maggioranza o la totalità delle poltrone di comando sono concentrate tra le imprese minori: solo l'11% delle società a prevalenza femminile supera i 50 milioni di fatturato (contro una percentuale media del 21%).
La bassa presenza di donne nei Cda delle imprese maggiori appare in tutta la sua evidenza quando si focalizza l'attenzione sul gotha dell'economia: nei board dei primi dieci gruppi o aziende italiane per fatturato non vi è nemmeno una donna; tra le prime 15, solo il gruppo Benetton e Vodafone hanno un board non completamente maschile (1 donna nel cda Benetton e 2 in quello Vodafone).
Considerando i soli bilanci d'esercizio ed escludendo quindi i gruppi dal conteggio, le donne sono presenti solo in 9 delle prime 50 società italiane e la prima impresa in cui il numero di donne non è inferiore a quello degli uomini è la numero 24 del ranking, la Marcegaglia Spa (due uomini e due donne nel Cda); per trovare la prima società con un board composto in maggioranza da donne bisogna scendere addirittura al numero 442 della graduatoria.
Nell'ambito della ricerca, Cerved ha anche individuato la figura di un capo, il top manager dell'azienda cui compete la responsabilità dell'attività operativa dell'impresa.

Le società in cui il capo è una donna sono 2.652 (il 9,2% dell'insieme d'osservazione). Le top manager italiane, mediamente più giovani dei loro colleghi uomini, sono alla guida di imprese più piccole (sono donne solo il 3,8% dei capi tra le società con ricavi oltre i 200 milioni) con un board meno strutturato o del tutto inesistente. Studi recenti hanno dimostrato che le banche applicano tassi d'interesse maggiori alle imprenditrici, senza che questo sia giustificato da un diverso profilo di rischio delle donne rispetto agli uomini.
I dati di Cerved sulle società di capitale confermano che la rischiosità delle imprese a guida femminile non è affatto superiore rispetto alle altre e, anzi, sembrano evidenziare l'esistenza di un vero e proprio “D factor”: nonostante siano imprese più piccole (che, in generale, hanno conseguito risultati peggiori rispetto alle società maggiori nel periodo considerato), le aziende con una donna come top manager hanno accresciuto più velocemente i ricavi, generato più margini lordi, chiuso più frequentemente l'esercizio in utile. Evidenze empiriche suggeriscono anche che, quando le donne sono in maggioranza nel Cda, si riduce il rischio di default.


Tra il 2001 e il 2007, le società femminili hanno incrementato i ricavi a un ritmo medio annuo superiore rispetto a quelle maschili in ogni fascia di fatturato considerata (dell'8,8% contro l'8,6% tra quelle con ricavi superiori ai 200 milioni, del 7,7% contro il 6,5% tra quelle con ricavi tra i 50 e i 200 milioni, del 3,6% contro il 2,7% tra quelle con ricavi compresi tra 10 e 50 milioni).
Le imprese con un capo donna hanno anche evidenziato una migliore capacità di generare profitti nel 2007: in media, le società femminili realizzano 6,9 euro di margini operativi lordi ogni 100 euro di fatturato, contro i 6,5 euro delle aziende maschili. È maggiore anche la quota d'imprese femminili in grado di chiudere l'esercizio in utile: di 3,5 punti per quelle con ricavi oltre i 200 milioni (86,5% contro 83%), di 3,3 per quelle tra 50 e 200 milioni (85,2% contro 81,9%), di 0,3 per quelle con ricavi tra 10 e 50 milioni.
Nonostante la più marcata concentrazione nelle fasce inferiori di fatturato, la percentuale d'imprese guidate da donne nelle classi più rischiose del sistema di rating del gruppo Cerved-Centrale dei Bilanci (un indice di sintesi del rischio di default di un'impresa) è sostanzialmente allineata con quelle delle aziende con un capo maschio.
Un'analisi econometrica su circa 24mila società consente di isolare e quantificare il “fattore D”, il minor rischio associato all'impresa quando nel board vi è una maggioranza di donne.
L'analisi indica che, quando il Cda è costituito in prevalenza da donne, la probabilità di rientrare in una classe di rating peggiore si riduce del 15% rispetto ai casi in cui le donne sono in minoranza o assenti dal Cda..
D'altra parte, i dati indicano che la presenza di donne nei Cda è associata a una minor percentuale d'imprese in crisi o che hanno chiuso i battenti. Tra le imprese che nel 2001 superavano i 10 milioni di fatturato con un board composto da almeno due componenti, solo una percentuale del 13% delle società in cui le donne occupavano la maggioranza o la totalità delle poltrone di comando è entrata in crisi finanziaria o non è più attiva: la stessa percentuale calcolata sul complesso delle imprese è pari al 22 per cento.

Per un ulteriore approfondimento, rimandiamo al rapporto del Cerved BI Le donne al comando delle imprese: il fattore D. Lo studio analizza il ruolo delle donne nelle imprese individuali e nelle società di capitale italiane che hanno realizzato un fatturato superiore ai 10 milioni di euro tra il 2001 e il 2007 (sono escluse le aziende dei settori agricoltura, pesca e finanziario).
Fondata nel 1974, Cerved BI è una delle più ampie banche dati di informazioni per il mondo degli affari. La lunga esperienza maturata nella gestione e nel trattamento dei dati delle Camere di commercio la mette in grado di fornire informazioni ad alto valore aggiunto. Visita il sito www.cerved.com.

Tratto da: Il Sole 24 Ore, di Guido Romano dell'Ufficio studi Cerved BI, 6 marzo 2009.

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Donne nella stanza dei bottoni

Su 5 persone che siedono nella stanza dei bottoni delle imprese italiane una è donna. Una su 7 le fa funzionare. Poche, anche se non pochissime, se raffrontate ad altri contesti sociali, e lievemente in crescita rispetto a 5 anni fa. Queste alcune delle novità che emergono dall'Osservatorio sull'imprenditoria femminile di Unioncamere-Infocamere, che fotografa la situazione delle imprese rosa attive alla fine del 2007, raffrontandola con il 2003.
I dati rivelano che le donne che rivestono cariche nelle imprese sono oltre 2 milioni, pari al 26,64% delle persone che detengono incarichi aziendali. Rispetto al 2003, l'incremento delle donne al vertice d'impresa è stato superiore a quello medio: +2,75% contro l'1,84% complessivo.
Attualmente, nella cabina di regia delle aziende italiane, siedono 140.118 tra amministratori delegati, amministratori unici, consiglieri delegati, presidenti di consiglio di amministrazione e presidenti di consorzio con la gonna, pari al il 20,7% del totale. Rispetto al 2003, sono aumentate soprattutto le amministratrici uniche (oltre 26mila in più), quindi le donne a capo dei Cda (quasi 2.600 in più).
Procede anche l'incremento delle donne nelle cariche gestionali: dei 37mila incarichi d'impresa a fine dell'anno scorso, 5.300 sono stati affidati a donne manager, che rappresentano oggi 6% dei direttori generali, il 18% dei direttori ed oltre il 15% dei direttori tecnici.

Fare impresa: una scelta sempre più diffusa
Alla fine del 2007, le imprese femminili attive erano 1.243.192, poco più del 24% di tutto il sistema d'impresa. Si tratta di una quota ancora bassa, sostanzialmente stabile rispetto al 23,51% del 2003. Le imprese gestite dal donne sono aumentate, tra dicembre 2003 e dicembre 2007, del 5,84%, (il 2,25% in più rispetto alla crescita del totale delle imprese, pari al 3,59%), a conferma della maggiore dinamicità di questa tipologia di attività imprenditoriale.
Centro e Mezzogiorno restano le aree a maggior diffusione delle imprese "rosa". Tuttavia si nota la tendenza a una diffusione anche nelle regioni settentrionali. Nel quinquennio, gli incrementi più significativi si registrano nel Lazio (+10,92%), in Sardegna (+7,88%), in Lombardia (+8,60%), in Campania (+7,66%), in Calabria (+6,64%), in Sicilia (+6,59%). Al contrario, le variazione percentuali negative più significative hanno interessato Molise (-2,91%), Valle d'Aosta (-2,79%), Basilicata (-1,78%).
A livello provinciale, a fine 2007, è Roma la città con il più elevato numero di imprese femminili in valore assoluto (61.584), seguita da Napoli (59.725) e Milano (57.199). Si riducono le imprese femminili a Campobasso (-3,60%), Imperia (-3,30%), Aosta (2,79%), Matera (-1,80%), Cuneo (-1,76%), Potenza (-1,76%), Pordenone (-1,50%).

Aumentano le imprenditrici nei settori "maschili"
Se i tassi di femminilizzazione (la percentuale di imprese femminili sul totale) più elevati si registrano ancora in settori più tradizionalmente caratterizzati dalla presenza delle donne (Altri servizi pubblici, 49,34%; sanità e altri servizi sociali, 41,95%; alberghi e ristoranti, 33,65%; Agricoltura, 29,30%), forte è la tendenza da parte delle imprenditrici ad "invadere" anche ambiti tradizionalmente appannaggio degli uomini. Le variazioni percentuali più elevate si registrano infatti nella produzione di energia (+59,39%) e nelle costruzioni (+34,50%), oltre che nella sanità (+34,53%).
Bene anche i servizi alle imprese e attività immobiliari (+24,74%) e i trasporti (+23,32%).Rallenta l'incremento delle imprese manifatturiere (+1,15%) e di quelle del commercio (+4,01%). Si riduce ulteriormente l'agricoltura (-4,74%), ma ad un ritmo meno insistito di quanto avvenga nel complesso delle imprese (-6,70%).

Imprese femminili: un'avventura ancora giovane
La stragrande maggioranza delle imprese femminili (1.168.311) è stata costituita dopo il 1980 e oltre 430.000 nel decennio 1990-1999. 901 sono le imprese guidate da donne iscritte al Registro Imprese prima del 1940. Le più "mature" appartengono al settore del commercio.
Risalenti invece al 1940-1949 sono poi 1.288 aziende, le più numerose delle quali operano nelle attività immobiliari. Al decennio successivo appartengono 4.598 imprese, delle quali 1.853 operano nel commercio, che nel complesso risulta essere è il settore imprenditoriale femminile più longevo.

Forme giuridiche: le imprese si strutturano
Una caratteristica dell'imprenditoria femminile è il grande numero di imprese individuali. Il ricorso a questa forma giuridica risulta comunque stabile nel tempo. Tra il 2003 ed il 2007, infatti, le imprese individuali femminili sono passate da 867.607 a 868.299, con un incremento di solo lo 0,08%.
Al contrario, le società di capitali hanno conosciuto un vero "boom", passando da 62.000 a 113.887, con un aumento dell'83,69%. Aumenti consistenti riguardano anche i consorzi (+39,09%), le "altre forme" (+15%), le cooperative (+13%) e le società di persone (+6%).

32mila imprese di donne immigrate
Particolarmente significativo il contributo delle donne non italiane all'espansione delle ditte individuali guidate da donne. Le cinesi si confermano di gran lunga le più numerose (sono oltre 11mila, in crescita addirittura del 111% rispetto a cinque anni fa), seguite dalle marocchine (3.438 unità), dalle rumene (3429 unità).

Vita dura per le mamme in carriera
"Le donne dovrebbero occuparsi della casa e dei bambini e gli uomini lavorare e guadagnare”. 7 donne su 10 hanno avuto la “fortuna” di sentire questa espressione nel proprio ambiente di lavoro, mentre 6 su 10 sono convinte che far carriera sia più semplice per gli uomini.
E’ quanto rivela il sondaggio effettuato su 1.000 imprenditrici italiane nell’ambito di Chase (Chambers Against Stereotypes in Employment), il progetto di Eurochambres (l’associazione dei sistemi camerali europei) cofinanziato dall’Unione europea.
L’iniziativa, avviata in 6 paesi (Austria, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Germania) attraverso le strutture camerali nazionali (per l’Italia, Unioncamere-Retecamere), fa un quadro della situazione dei pregiudizi che le donne devono ancora affrontare sul posto di lavoro.
Insieme allo studio vengono raccontate le storie di alcune donne che hanno avuto successo in settori prettamente maschili.
Ecco, quindi, i dati più significativi emersi dall’indagine realizzata in Italia su 1.000 imprenditrici.

• L’87,7% delle intervistate è d’accordo con l’affermazione “Gli uomini rivestono ruoli più elevati delle donne perché su queste ultime grava quasi per intero il lavoro familiare”
• Il 64,7% del campione è convinto che sarebbe stato più facile avere progressioni di carriera se fosse stata uomo
• Per il 57,4% delle imprenditrici esiste il luogo comune che le donne possano aver successo solo in alcuni settori
• Il 64,1% delle interpellate è certo che, rispetto ad un uomo, per una donna sia necessario porre più attenzione all’aspetto fisico per riuscire nella vita professionale
• L’82% delle donne ritiene che la maternità costituisce o potrebbe costituire un ostacolo alla progressione di carriera
• Il 43,8% delle imprenditrici ha sentito qualche volta nel proprio ambiente professionale la frase “Le donne sono meno credibili rispetto agli uomini nel lavoro”
• Il 56,3% è incappata in affermazioni tipo “Le donne prendono le decisioni con maggior difficoltà rispetto agli uomini”
• All’88,1% delle imprenditrici è capitato di sentirsi dire “E’ più importante per un uomo rispetto ad una donna fare carriera”
• Al 59,6% è toccato sentire l’espressione “Gli affari sono affari da uomini”
• Al 57,4% è capitato di ascoltare affermazioni tipo “Gli uomini non dovrebbero avere un capo donna”.

Le donne lamentano le forti difficoltà nel conciliare vita lavorativa e cura della famiglia e dei figli”, ha commentato il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli. “Questo impone un ripensamento delle modalità organizzative del lavoro femminile, introducendo una maggiore flessibilità degli orari e politiche di supporto adeguate.
D’altro canto, la scuola ed i mezzi d’informazione sono fondamentali per pro muovere una reale cultura delle pari opportunità. In ogni caso, malgrado queste difficoltà, il protagonismo al femminile continua il suo corso, come dimostra la diffusione delle imprese gestite da donne anche in settori tradizionalmente maschili”.

Fonte: Osservatorio dell'imprenditoria femminile, Unioncamere-Infocamere

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Quote rosa nei parlamenti del mondo

Solo quarantottesima. Non proprio in fondo alla classifica della presenza femminile in politica, ma a metà. Un segno di evidente arretratezza culturale per un paese come l'Italia che dovrebbe essere, a pieno titolo, una democrazia occidentale compiuta. Proprio mentre il ministro Barbara Pollastrini fa sapere che è allo studio una legge sulle quote rosa "che introduca una soglia minima almeno del 33%", come indicato per altro dalla Ue, la classifica mondiale elaborata dall'Università di Stoccolma e da International Idea (Istituto internazionale per la democrazia e l'assistenza elettorale) ci ricorda che - sul fronte delle pari opportunità in politica - siamo in ritardo. E parecchio.
Il monitoraggio - sulle quote rosa e sulla partecipazione attiva e passiva delle donne all'attività politica nei rispettivi paesi - effettuato dalle due agenzie internazionali negli stati a democrazia rappresentativa ci colloca dopo Paesi all'apparenza meno avanzati dal punto di vista della cultura politica. Ovviamente dopo Svezia, Norvegia, Danimarca, Austria e Germania.
Ma anche dopo Costa Rica, Nicaragua e Mozambico. Appena prima della Repubblica Domenicana, ma dopo l'Uzbekistan.
La classifica - frutto di un database - è fresca di aggiornamento con i dati relativi alle elezioni parlamentari 2006 appena concluse. Certo, rispetto al 2001 - annus horribilis - siamo migliorati, e parecchio.
Dopo le politiche di allora - quando vinse il centrodestra e Berlusconi diventò premier - l'Italia si trovò retrocessa al 66esimo posto. Oggi - governo Prodi e maggioranza di centrosinistra - siamo risaliti di una ventina di posizioni, ma questo lento avanzare verso una democrazia più equa nella gestione della cosa pubblica, non ci colloca ancora tra i Paesi più evoluti. Va detto che, paradossalmente, il paese con maggiore presenza femminile in parlamento è il Rwanda con il 48,8% di donne elette (39 su 80 eletti). La nazione africana si aggiudica il podio grazie a regole rigidissime in fatto di quote rosa.
Seguono a ruota la nordica Svezia (45% di deputate, 157 su 349), mentre al terzo posto della classifica si colloca un paese sudamericano, il Costa Rica, che vanta un 38,6% di donne sedute in parlamento superando la Norvegia che ha 'solo' il 37,7% di presenze femminili (64 su 169).
La Spagna di Zapatero - il premier, come si sa, ha fatto della questione femminile un punto programmatico e una priorità - oggi si garantisce in classifica un onorevolissimo sesto posto (126 parlamentari donne su 350 totali).
Per trovare l'Italia, invece, bisogna scorrere molti paesi dei più diversi continenti. Le italiane sedute alla Camera dei deputati oggi sono 109 su 630 seggi disponibili, un misero 17,3%.
Al Senato, se possiible, è anche peggio: 44 donne su 322 eletti (13,7%). Persino l'Iraq, percentualmente, sta meglio di noi con 70 donne elette su 275 seggi disponibili in parlamento (25,5%).
Dopo l'Italia si trovano, invece, abbastanza clamorosamente, i cugini francesi che vantano solo 70 deputate su 577 (12,1%).
E questo nonostante una legislazione tesa a penalizzare finanziariamente i partiti che non garantiscono un equo accesso al parlamento. Dopo, in classifica, ci sono paesi come il Sudan, l'Ungheria, il Nepal e, ultimo, l'Egitto dove le donne in parlamento sono 9. Su 454 deputati.

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La felicità delle donne

Un solo paese ha la ricerca della felicità inscritta nella Costituzione come un diritto inalienabile, ma le donne d'America nonostante questo diritto hanno perso terreno rispetto a 35 anni fa. Non solo, anche le donne di altri 12 paesi, quasi tutte, Italia compresa, hanno dovuto arretrare. Più scuola e università, più lavoro spesso appagante, più visibilità e peso negli affari un tempo tutto maschile, più politica, più ruolo insomma, e meno felicità.

Sono alcuni anni che il robusto filone della happiness economics, a cavallo tra economia, sociologia e psicologia, scava nell'animo oltre che nel portafoglio e l'ultimo saggio di questa scuola ci dice che le donne americane non sono felici.
O meglio, sono meno appagate degli uomini, mentre un'infinità d'indicatori quantitativi dovrebbero poter concludere che sono più felici.
«La misurazione del benessere soggettivo delle donne indica un calo sia in termini assoluti sia relativamente agli uomini», dicono Betsey Stevenson e Justin Wolfers, due economisti della Wharton School dell'Università di Pennsylvania, la più antica e fra le migliori business school americane.
Pubblicato adesso dal National bureau of economic research, lo studio s'intitola The paradox of declining female happiness. Conferma una tendenza misurata già da qualche anno. E contraddice la diffusa idea che a un maggior peso nella società e nel lavoro corrisponde più felicità.


La felicità, si chiedeva Albert Camus, che cos'è la felicità se non la semplice armonia tra l'uomo - la donna in questo caso - e la vita che conduce?
Lo studio di Stevenson e Wolfers non definisce la felicità, ma la misura attraverso l'utilizzo dei dati della Gss (General social survey), della Monitoring the future survey, di altri indagini sistematiche e a campione e, per l'Europa, di Eurobarometro. I concetti presi in esame sono quelli di benessere soggettivo, soddisfazione nella vita e felicità.
Il benessere soggettivo è aumentato in molti Paesi, e l'Italia ha visto, dice lo studio, un particolare incremento. Ma alla fine la felicità delle donne rispetto a quella degli uomini è diminuita ovunque, in modo più sensibile negli Stati Uniti, e con unica eccezione, dicono alcuni dati, la Germania.

Un libro del 1989, che ebbe largo impatto e s'intitolava The Second Shift (Il secondo turno), ricordava che le donne avevano acquisito sì posizioni di rilievo, ma una volta rientrate a casa dovevano incominciare un secondo turno.
Oggi la soddisfazione finanziaria è diminuita per le donne, che sempre di più gestiscono le finanze familiari, perché tutto il ceto medio è arretrato. La soddisfazione nel matrimonio è diminuita, in modo pressoché uguale fra donne e uomini. Ma sono le donne ad averne risentito di più sul piano della felicità generale.

Una crescente e inarrestabile atomizzazione della società - difficoltà di comunicare e fare gruppo - potrebbe venir pagata più duramente dalle donne, sostengono Stevenson e Wolfers, parlando soprattutto del caso americano.
Uno dei più noti politologi americani, Robert Putnam, pubblicava nel '95 un articolo, e nel 2000 un libro dal titolo significativo, Bowling alone (Da soli al bowling), sulla crisi del tessuto sociale e la perdita di un capitale civico.
«Una lunga generazione civica, nata nei primi 30 anni del XX secolo, si sta ora ritirando dalla scena - scriveva Putnam -. I loro figli e nipoti sono molto meno impegnati in forme di relazione sociale». E le donne, si direbbe, ne avvertono più degli uomini la mancanza.
Volendo stendere lo sguardo più indietro, osservazioni analoghe, brevi e impressionistiche, precise tuttavia e preveggenti, venivano fatte molto tempo prima, a metà degli anni 30, da George F. Kennan, allora diplomatico non ancora famoso, da sempre sospettoso della modernità.
Durante un viaggio in bicicletta nel suo Wisconsin osservava come l'automobile avesse ridotto i contatti sociali in America rispetto a un'Europa che ancora viaggiava insieme, s'incontrava nei locali vicino a casa, viveva una vita di comunità che ancora oggi - si può aggiungere - meglio resiste forse alla solitudine di massa.

Non basta, tuttavia, a evitare che anche in Europa la felicità della donna sia in declino. Sono gli uomini in Europa ad avere retto meglio e con più soddisfazione a un miglioramento del benessere soggettivo e della soddisfazione nella vita - cresciuti, indicano i sondaggi di Eurobarometro, ovunque - con l'unica eccezione di un piccolo calo in Grecia e di uno più significativo in Belgio.
Le donne, invece, negli ultimi 30 anni hanno fatto registrare un tasso di felicità decrescente, più o meno uniforme in tutti i paesi a differenza della Germania, dove però potrebbe trattarsi in parte di rilevazioni disomogenee, visto che il gender gap di felicità fra uomini e donne viene registrato da Eurobarometro, ma non dal Gsoep, un database tedesco attivo dal 1984.

«Credo che un dato innegabile per le donne sia il cumulo d'impegni, sul lavoro e a casa - osserva Marta Dassù, direttore dell'Aspen Institute Italia -. C'è poi da aggiungere che in Italia, e forse anche altrove in Europa, all'impegno con cui molte donne affrontano la vita professionale non corrispondono risultati analoghi a quelli di molti uomini, e si rischia di fare molta fatica con scarso costrutto».

Lo studio di Stevenson, una docente di 38 anni, e Wolfers, 36 anni, aggiunge dati europei e aggiorna un filone che gli stessi due autori avevano inaugurato più di due anni fa. Già nel 2007 avevano registrato che, rispetto ai primi ai primi anni 70, i ruoli si erano invertiti. Più felici allora le donne, più felici nel nuovo millennio invece gli uomini. Alan Krueger, un economista di Princeton, documentava sempre due anni fa che gli uomini erano riusciti rispetto agli anni 60 a ridurre le attività meno gradevoli, a lavorare meno e a rilassarsi di più.

Sono molto aumentate le aspettative che la società nutre per ragazze e donne, prima ritenute appagate se avevano una bella casa ben tenuta e dei figli bravi a scuola, e dalle quali oggi ci si aspetta anche oltre a questo una carriera di successo. Ma anche sul fronte familiare - aggiungono Stevenson e Wolfers - la situazione è pesante.
«Come risultato sia del tasso di divorzio che delle nascite fuori dal matrimonio a partire dai 15 anni per le madri, circa la metà dei bambini americani non vivono più con entrambi i genitori biologici». E il peso, anche se non tutti i disagi, ricade spesso più sulle donne.

«Negli anni 70 pensavamo di poter realizzare qualsiasi cosa - si legge in uno dei tanti messaggi affidati all'Economist's View, un rispettabile blog che ha segnalato lo studio dei due docenti della Wharton School e che ha raccolto subito dozzine d'interventi -. La realtà dove da allora ci ha portato la vita non è stata altrettanto bella.
La maggior parte delle donne che conosco e che sono diventate adulte negli anni 70 hanno ancora sofferto la discriminazione, superate nella graduatoria per posti migliori perché erano donne. Io una volta sono stata licenziata "perché i ragazzi hanno bisogno di un posto per la famiglia", come se la mia famiglia non contasse.
Ci avevano promesso l'uguaglianza. Ma non l'abbiamo proprio avuta».

Ascoltare gli show radiofonici e andare al cinema, due non sempre positive "passive leisure activities", guidare l'auto in gite interminabili stavano alterando il tessuto sociale americano, scriveva a metà degli anni 20 il classicissimo Middletown: a study in modern american culture, storia del passaggio di una cittadina del Midwest dal mondo agricolo a quello industriale, con allentamento della cultura civica. Putnam, in fondo, prende le mosse da qui. Il ruolo della donna era, allora e in posti come l'emblematica Middletown, in casa.
Ma il gap ricorrente, e universale, in America e in Europa, tra uomini e donne quanto a soddisfazione e felicità dice che le promesse fatte alla donna dalla modernità, negli anni 20 agli inizi e mezzo secolo dopo universali, non sempre vengono mantenute.


fonte: jobtel.it
Consulta lo studio integrale del National bureau of economic research sulla felicità femminile.

 

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